Leh e dintorni

Trip Start Dec 30, 2007
1
81
84
Trip End Ongoing


Loading Map
Map your own trip!
Map Options
Show trip route
Hide lines
shadow

Flag of India  ,
Saturday, June 14, 2008

14 Giugno - Leh e dintorni.

Il giorno prima della nostra partenza da Leh, dopo un soggiorno di circa una settimana, mi è tornata in mente una delle Grandi Leggi del viaggiare: che dice che non è importante dove vai, ma come ci vai. Non nel senso di andare in autobus o in aereo, ma nel senso che la meta è una scusa, il vero viaggio è tutto quello che si fa e si scopre per arrivarci.
Leh è una piacevole cittadina nell'Himalaya, ma non avrebbe meritato da sola lo sbattimento necessario per raggiungerla, sperduta com'è tra le montagne.

Certo c'erano degli angoli suggestivi. Ad esempio, una viuzza che partiva dal mercato e che era piena di minuscole botteghe per il pane, preparato alla maniera dei mussulmani THE HIGHEST WE HAVE EVER BEEN
THE HIGHEST WE HAVE EVER BEEN
. Ossia, c'era un forno a legna come quello per la pizza, ma con una sola bocca verso l'alto sia per far uscire il fumo che per infornare e sfornare: tipo una giara. La pasta veniva modellata in forme varie (di solito tonde e piatte) e veniva letteralmente 'appiccicata' sulla parete interna del forno, o a mani nude o con una specie di cuscino per non bruciarsi troppo. Quando il pane era cotto, cioè in pochi minuti, veniva staccato con un uncino di ferro tipo quello che noi usiamo per smuovere il fuoco.
Per cui, lungo la stradina, dalle botteghe tutte uguali usciva fumo intenso e quell'odore di focaccia che immaginate. Le 'pizzette' erano ammucchiate alla rinfusa accanto al forno ed era il nostro pranzo favorito.

Oppure, c'era una magnifica gompa decorata ed antica che dominava il Palazzo Reale ed il centro della città da una collina rocciosa. O il mercato tibetano, o le cerimonie religiose nel templio centrale, o le stradine medievali della città vecchia. Certo, cose ed atmosfere interessanti, ma quello che più ci ha affascinato non è stata Leh ma quello che c'era attorno.

La parte occidentale della valle l'avevamo percorsa durante il viaggio di arrivo, mentre per quella orientale abbiamo fatto una gita di un paio di giorni NOT EASY ROAD
NOT EASY ROAD
.

In taxi siamo andati ad Hemis, monastero (e villaggio) completamente nascosto alla valle dell'Indo: per raggiungerlo, occorre infilarsi nelle pieghe di una montagna. All'improvviso, ci è apparso un grande complesso ben tenuto.

Poi da lì siamo andati in un'altra valle, isolata e profonda. Abbiamo raggiunto il monastero di Tak Tok, il cui templio principale è una grotta naturale dalle pitture annerite per il fumo delle candele. Il soffitto della grotta, piatto e sufficientemente basso per toccarlo con la mano, era pieno di monete e banconote appiccicate non so come, tipo con la gomma americana. Era isolato e quaso disabitato, e questo dava un fascino particolare a quel luogo sacro.

Si era fatta ora di pranzo, e sulla via del ritorno ho chiesto all'autista se da quelle parti si poteva mangiare qualcosa. Lui ci ha pensato un po', ha chiesto al monaco che ci aveva aperto i templi ed infine ha risposto:
"Si può mangiare, ma vi cucineranno solo del 'maggi', va bene? è in un villaggio sulla strada."
"Fantastico!" ho risposto. E pensavo: "wow! Un altro piatto tipico di queste parti! ... Strano che non lo ho mai sentito nominare...".
Lenka mi ha guardato stupita. Ne ho scoperto il perché solo al 'ristorante', un buco sporco con un fornello in fondo.

Era la minestra confezionata della Maggi, che il tipo ha bollito per cinque minuti, in una pentola che è meglio che non ve la racconto RIVER TO CROSS
RIVER TO CROSS
.
"Ma non lo avevi capito che era la minestra confezionata?" , mi chiede Lenka.
Bhè, no...

Lungo la valle, di ritorno da Tak Tok, ci siamo fermati in un terzo monastero, Chemrey, in cima ad una collina che pareva un panettone decorato da case. Nella gompa abbiamo assistito ad una cerimonia, poi un monaco ci ha aperto un templio recente pieno di pitture suggestive di dei e mostri.

Ed infine, quarta ed ultima tappa del viaggio, la vettura ci ha trasportati di nuovo nella valle dell'Indo a Tiksey, sulla strada del ritorno verso Leh. Là ci ha lasciati in un hotel dove avremmo pernottato, ed è rientrata da sola nella capitale del Ladakh.

Vedere tanti villaggi, monasteri, paesaggi è stato interessante e suggestivo, ma tutto quello che avevamo visto durante quell'intensa giornata già si mescolava nelle nostre teste e già non ricordavamo cosa avevamo visto dove. Eravamo contenti di fermarci a Tiksey, per assorbire piano piano quel posto dominato (ancora una volta) da un largo monastero su un'altura.

Il monastero di Tiksey è una struttura gestita bene, che riesce ad autofinanziarne il mantenimento ed i monaci: gestisce i due hotel del villaggio, due ristoranti, un negozio di souvenir ed una farmacia: tutti strutturati in modo da rispondere ai bisogni dei turisti indiani ed anche occidentali UNLUKY TRUCK
UNLUKY TRUCK
.

Siamo saliti al monastero la sera stessa. Poi cena, poi a nanna: non tanto perché fossimo stanchi, ma perché nei paesini del Ladakh non è che ci sia molto altro da fare. Insomma, il mattino dopo alle 6h15 eravamo già nel templio principale, persino prima dei monaci. Quella era una settimana particolare (non so perché) e ci sarebbero state cerimonie tutta la giornata. Era anche stato preparato un bellissimo 'mandala' con sabbia colorata: un disegno geometrico complesso che "rappresenta la casa degli dei", ci aveva spiegato il monaco magro con le chiavi del templio.

Che pace il templio vuoto! E che bello vederlo riempirsi di monaci vecchi e bambini! Oh, guarda, un turista con la faccia da 'cinese'! Accidenti, che attrezzatura fotografica! Toh, un altro - una ragazza... ed un altro... ed un altro... ehi!
"Ma che è, un'invasione?".

No, avevamo incrociato un club di fotografi amatoriali di Singapore. In fondo al templio, tutti attorno a noi, avevano tirato fuori obbiettivi giganteschi da zaini pieni di attrezzatura. Si allungavano in posizioni strane, ed era tutto un 'click-click' THE TWO BIJOUX
THE TWO BIJOUX
.
"Dopo un po', fotografare diventa una droga: non puoi più fermarti", ci ha confessato uno di loro quando siamo usciti dal templio, un'oretta dopo. Aveva fatto certamente più di cento foto nei soli quindici minuti precedenti.
"Ma che ci fate con le foto... le vendete?", gli ho chiesto.
"No, ce le teniamo e ce le scambiamo"...
Certo che noi della razza umana siamo proprio strani... Ma vi rendete conto in quante attività 'inutili' certa gente spreca ore ed ore? Ed allora, come mai questi tipi di Singapore mi stavano così simpatici? Forse, perché mi ricordavano le ore che passo a scrivere cose che leggo solo io?

Da Tiksey siamo andati via a piedi tra le campagne della valle, dove i contadini fabbricavano con le mani mattoni di argilla o coltivavano i campi. Dopo 5 chilometri, siamo arrivati in un paese vicino e, in un autobus che assomigliava ad una scatola per sardine con le ruote, siamo rientrati a Leh.


Dopo alcuni giorni era venuto il momento di lasciare il Ladakh, che la gente di qui insiste ad abitare nonostante pare sia fatto per rendere difficile la vita dell'uomo THE WATERFALL VALLEY
THE WATERFALL VALLEY
. Forse per la sua bellezza?
La partenza era prevista alle 3 del mattino. Alle 2h45 abbiamo attraversato, zaini in spalla, il vicolo dei panettieri. Le botteghe erano vuote, ma già vive di vita propria: dai forni a forma di giara, uscivano alte fiamme, che crepitavano e disegnavano forme strane lungo il vicolo senza luci - tranne le stelle.

Siamo partiti dopo le 3h30: una ventina di persone distribuite su due pulmini. Gli autisti sembravano nervosi per il ritardo accumulato. "Strano", mi dicevo. Ma avrei capito.
Il viaggio da Leh a Manali, di 450 chilometri, viene spesso percorso in due giorni ma, in questo periodo dell'anno, le compagnie private propongono solo viaggi dalla durata di un giorno.
"È la seconda strada più alta al mondo: passa a 5300 metri!", ci dicevano tutti. "La più alta, è quella che da Leh va verso il Tibet: 5600 metri...".
Non solo è una delle più alte, ma anche una delle più isolate al mondo: per i primi 300 chilometri, percorsi in 'sole' 12 ore, non abbiamo incontrato una casa: solo camping per pernottare, ristoranti (in tende), posti di blocco (in tende), campi militari (questi almeno avevano dei prefabbricati). Un colle dopo l'altro (tra i quali quello a 5300 metri!), una valle dopo l'altra.

Spesso i nostri autisti prendevano delle 'scorciatoie', ossia lasciavano l'asfalto per certe piste di terra, tanto che credevo di essere in un safari. I paesaggi erano da western: tutto sabbia e roccia. Abbiamo incrociato numerose greggi e mi chiedevo dove trovassero l'erba da mangiare tutte quelle pecore e capre, la cui lana è tra le più pregiate al mondo TAK TOK - ENTERY TO THE MONASTERY
TAK TOK - ENTERY TO THE MONASTERY
. Spesso passavamo dei torrenti a guado, che era impressionante. Finché, finalmente, dopo 300 chilometri siamo arrivati al primo paesino. Ci siamo fermati per mangiare qualcosa. Erano le 16h00.
"Quanto manca?", ho fatto al nostro autista, un signore grassoccio con la faccia da tibetano.
"Sei ore", mi ha risposto con un po' di tensione nonostante il sorriso. Poi ha gridato al gruppo:
"Restiamo fermi il meno possibile, tra 20 minuti partiamo", ed è corso con i nostri passaporti in mano verso un vicino posto di blocco, per uno dei numerosi controlli lungo il percorso.

Ormai c'erano case - anche belle. Ed il verde è riapparso: siamo sbucati in una valle meravigliosa. Il fianco della montagna era coperto da un bosco di aghifogli, come non vedevamo più dal Cachemire. Tutto era di nuovo verde, e l'erba era ovunque. Sopra ai boschi, la montagna continuava a salire fino a diventare roccia e, più su, c'era neve spessa metri. Avevamo attraversato la linea di montagne che blocca le piogge che arrivano da sud e che rende il Ladakh così desertico. Questo voleva dire che le pianure indiane erano ormai vicine.

Quella valle per noi era 'la valle delle cascate' TAK TOK - VIEW
TAK TOK - VIEW
. Dai depositi di neve su in alto, scendevano un numero incredibile di torrenti - almeno uno ogni chilometro. L'acqua veniva giù disordinata per la forte pendenza e spesso, quando superava una roccia verticale, formava una cascata. Era molto bello e vivo, pareva un presepe di quelli grandi con i fiumi finti che si fanno in certe chiese.
Ma dopo parecchi chilometri, la strada ha smesso di risalire il fondo della valle ed ha cominciato ad arrampicarsi sul fianco di una di quelle montagne: la valle di Manali era dall'altra parte. Iniziava a fare buio, ancora più in fretta per l'addensarsi delle nuvole sopra le nostre teste. La strada, sempre non asfaltata, cominciava a diventare irregolare sui tornanti.

Con il buio, è arrivata la pioggia e la nebbia. C'erano i soliti torrenti da attraversare a guado, ma di notte non erano solo impressionanti: facevano piuttosto paura. C'erano parecchi camion. Uno era fermo tra le buche, con un'inclinazione che indicava chiaramente che l'asse si era spezzato. La carcassa di un altro era rovesciata sul fianco sotto la strada. I tornanti sono diventati più stretti, ed era ormai notte fonda quando abbiamo scavallato la montagna. Eravamo pochi metri sotto i 4000.

Ci è apparsa una valle profondissima, disegnata nel buio solo dalle luci di camion e jeep lungo la strada, visibile fino in fondo RESTAURANT ON THE ROAD
RESTAURANT ON THE ROAD
. Dovevamo scendere di 2000 metri, quasi tutti nella prima metà dei 51 chilometri che ci separavano da Manali.

Ho avuto un po' paura, devo ammettere: la visibilità era appena sufficiente per scorgere il ciglio del precipizio, la strada di terra era resa scivolosa dalla pioggia che continuava a cadere, il traffico di mezzi pesanti era improvvisamente diventato intenso, i tornanti erano severi. Abbiamo incrociato un camion che aveva la ruota posteriore sinistra nella scarpata, e quindi la ruota anteriore destra si trovava sollevata ad un paio di metri da terra. Oltre il tornante, abbiamo visto la sua ombra paurosa sospesa dritta sopra le nostre teste.

C'erano sei o sette israeliani nel nostro pulmino, ed hanno iniziato a cantare, credo per il nervosismo. Anch'io ho cominciato a cantare sottovoce alcune canzoni per tranquillizzarmi e pensare ad altro. E come con una ninna nanna, mi sono addormentato al suono della mia stessa voce.

Quando mi sono svegliato, la strada correva asfaltata ed in leggera pendenza. Eravamo ad una quindicina di chilometri da Manali, eravamo arrivati! Dietro di noi, si alzava una parete percorsa da luci quasi appese sul suo fianco ripido CHEMREY GOMPA
CHEMREY GOMPA
.
Siamo scesi dal pulmino che erano le 23. Ci siamo fatti portare nell'hotel prenotato. La stanza era umidissima, ma noi avevamo sonnissimo. Avremmo cambiato hotel il giorno dopo. Avremmo voluto andare a dormire, ma c'era ancora da guardare in TV la batosta presa dalla Repubblica Ceca contro la Turchia all'europeo. Alla fine si erano fatte le 3 di mattina... buona notte, direi.


La valle di Manali è meravigliosamente boscosa. Ormai, i monsoni stavano per arrivare ed il cielo è stato quasi sempre coperto. Abbiamo trascorso i due giorni per recuperare dal viaggio da Leh, ed il terzo abbiamo preso un bus di notte che ci ha portato fino a Delhi.
Slideshow Print this entry Leh hotels