Il parco di Chitwan
Trip Start
Dec 30, 2007
1
61
84
Trip End
Ongoing
Una sera, Anna mi dice che con Kath, Paul e Lucie avevano deciso di andare al Chitwan National Park. "Vi va?"
Purtroppo mi sono rapidamente reso conto che, per visitarlo, era necessario rifare quasi tutta la strada fino a Sonauli, al confine con l'India: le dodici penose ore di autobus mi sono tornate alla mente nitide. Non eravamo molto entusiasti per questo, ma il desiderio di vedere un Parco Nazionale con tigri e rinoceronti e la prospettiva di passare qualche giorno con i nostri nuovi amici ha prevalso senza troppo sforzo.
Al contrario del solito durante i nostri spostamenti, quell'autobus (organizzato per turisti che, come noi, avevano comperato un pacchetto 'all in') era pieno di occidentali.
Occidentali abituati a viaggiare da queste parti, tuttavia, perché quando l'autobus si è fermato sul ciglio della strada apparentemente senza ragione, tutti gli uomini sono scesi rapidamente per far pipì, in fila e con le mani nella tipica posizione
Devo ammettere che al di là di tutte le riflessioni sulla diseguaglianza di trattamento tra uomini e donne, ero sinceramente ed egoisticamente contento di quella sosta.
Il viaggio è diventato rapidamente un incubo, nonostante il panorama: sorpassi azzardatissimi sotto lo sguardo delle carcasse di mezzi incidentati sul ciglio della strada, buche che lasciavano ogni tanto spazio al catrame, curve senza quasi rettilinei. E poi, progressivamente, il sole che saliva alto sui finestrini - e con lui la temperatura.
Quando sette ore dopo ci hanno sbarcato su una piazzetta polverosa a Chitwan, Kath era verde e Lenka gialla, che assieme parevano la bandiera del Brasile.
Ci siamo subito accorti che la nostra guesto house, la Jungle Tourist, non era niente di che (tranne per il fatto che avevano un ottimo venditore di pacchetti turistici a Katmandu). Al momento del pasto, un tardo pranzo, questa impressione è stata ampliamente confermata
Non che facesse schifo, abbiamo dormito e mangiato in posti peggiori; ma non valeva assolutamente il prezzo pagato (come d'altronde ci aspettavamo da un pacchetto 'all in').
Tuttavia, la Jungle Tourist aveva predisposto un casino di attività a raffica, quasi da non lasciar tempo libero per quei quattro giorni. Il soggiorno è stato globalmente divertente ed interessante. Ed un filino pericoloso...
Per esempio, il primo giorno siamo andati a fare una passeggiata nella foresta. Erano le 8 di mattina e ci avviavamo di buon passo per penetrare una giungla tropicale!
Chitwan è una di quelle riserve cui si affida la speranza di far sopravvivere alcune specie in estinzione. In particolare, qui si parla di tigri e rinoceronti indiani (quelli con un corno solo).
In queste riserve, sono tre le tipologie di esseri viventi a rischiare la pelle: gli animali che si estinguono per cause note, i turisti che vengono uccisi dagli animali ed infine le guardie forestali impallinate dai bracconieri. Insomma, c'era da fare attenzione
"Allora", ci dice la guida più esperta, o Guida-senior, con uno sguardo da bambino serio, "la giungla è un posto pericoloso, e quindi bisogna fare molta attenzione e comportarsi in un certo modo".
Lo ascoltavamo con estrema attenzione, anche se sembravamo pronti ad andare in spiaggia piuttosto che nella giungla. Oltre a Paul che aveva addosso del profumo, io avevo pantaloni color pesca più camicione indiano rosso-marrone-verde ed Anna era praticamente in ciabatte. C'era anche una seconda guida, Guida-junior, con la maglia della tuta neroverde tipo L'Aquila Rugby.
Guida-senior e Guida-junior avevano in mano due solidi bastoni in bambu che, ci avevano detto, potevano usare per tenere a bada le tigri; ma nessuno di noi credeva che una tigre (3 metri di felino) si facesse veramente scoraggiare da un bastone. Comunque, davamo fiducia ai due.
La nostra Guida-senior ha continuato nella sua esposizione, con il viso serio nel suo completo mimetico marrone; pareva come un allenatore che cerca di preparare come può sei schiappe da mandare in campo.
"Se arriva un rinoceronte, nascondersi dietro un albero o, meglio, arrampicarsi
Lenka guardava gli alberi e si diceva che dovevano essere pieni di ragni. Anna mi sussurrava che, su un albero, non sarebbe mai riuscita a salirci. Io guardavo i tronchi, spesso grossi e dritti, e mi dicevo la stessa cosa anche se stavo zitto per vergogna.
"E comunque", ha continuato la giovane guida in un inglese tra i peggiori mai sentiti in Nepal, "mai, mai, mai separarsi". "Mai", ha concluso. "Se stiamo insieme, saremo attaccati molto più difficilmente".
Non è che fossimo rassicurati. Ma almeno, mi dicevo, avevamo una guida che sapeva il fatto suo.
La giungla attraversata dai turisti è quella meno folta: la 'dense forest', come viene chiamata la giungla vera, è più lontana e più pericolosa, poco adatta a chi tutto quello che sa lo ha imparato al cinema da Mr Crocodile Dundee.
"Qua me pare la pineta de Ostia", aveva detto Paul ad un certo punto della passeggiata, precisando:
"però la parte addò no stanno i pini" . Aveva riassunto bene il mio pensiero: a prima vista, sembrava che ci fossimo addentrati in un bosco normale del mediterraneo. Ma non era un bosco normale del mediterraneo.
Dopo molte fratte, molti ragni e pochi pezzetti di animali innocui intravisti nel folto tra i rami, eravamo giunti in una radura. Da dietro alcuni cespugli, dove ricominciava più fitta la vegetazione, sono giunti alcuni 'crak' distinti tra il cinguettare ed il gracchiare degli uccelli.
Guida-senior e Guida-junior, sempre con i due bastoni in mano, ci hanno fatto cenno di fermarci e sono avanzati con passo circospetto.
Io ero nelle retrovie e forse anche distratto, per cui non ho sentito nulla. Anna era più avanti, e dice di aver sentito una serie di crack più forti ed uno 'snort' da toro. Quello che ho visto, risvegliato da chissà quale fantasticheria, è Guida-senior che si è voltato di scatto con gli occhi a palla-da-panico che ha urlato:
"Rino! Run!!!" (ossia: "Rinoceronte! Correre!")
E così, alla faccia dello stare uniti, calmi, alberi eccetera eccetera, ci siamo ritrovati a zompettare nell'erba alta come quaglie, ognuno per fatti suoi
Pare che il rinoceronte, probabilmente infastidito, avesse fatto un accenno di corsa verso di noi: poco raccomandabile, viste le sue due o tre tonnellate di peso che può lanciare a 40Km/h.
Secondo me, dopo che ci ha visti correre impanicati in quel modo, si è rotolato per terra dalle risate.
Non so che tipo di pericolo abbiamo corso, ma non mi è piaciuto molto. Siamo rimasti a debita distanza per un po', a cercare di scrutare il suo occhio ed il suo corno che, tra il fogliame, era ridotto a poco più di un'ombra; poi ce la siamo svignata.
Dopo poco, ci siamo fermati per una sosta. Io ne ho approfittato per divincolarmi tra gli alberi e fare qualche rapido bisogno. Ad un certo punto, ho sentito Guida-senior che dice:
"Zitti! Là, c'è un cervo!"
"Cavolo", ho pensato, "proprio ora che sono impicciato... va bhè, ho finito..."
E mi sono rialzato sistemando le braghe. Ho sentito ridere, e Giuda-senior che ha fatto:
"con quel camicione indiano rosso-marrone-verde, tutti si possono sbagliare..."
Insomma, lo avevamo capito tutti: con Guida-senior eravamo in una botte di ferro
Il pomeriggio, era prevista una seconda passeggiata nella foresta: questa volta, a dorso di elefante! Sul pachiderma, con Lucie e Lenka, ero felice di sentirmi sballonzolare a destra e a sinistra dal suo passo molle.
Attraversare la giungla a dorso di elefante è stato molto più divertente rispetto alla passeggiata del mattino. Oltre al fatto che, a due o tre metri di altezza su quella massa da circa quattro o cinque tonnellate, ti senti veramente al sicuro, anche la vista era più ampia.
In una radura, poi, c'è stato un doppio incontro spettacolare: a poche centinaia di metri, due mamme-rino brucavano pacificamente con due baby-rino. Grazie ai nostri mostri buoni, ci siamo avvicinati forse a dieci metri per lunghi momenti e mi sono sentito un po' un coglione per, al mattino, aver rischiato la pelle solo per intravedere l'ombra di un corno e di un occhio.
I rinoceronti sono animali poderosi e buffissimi. Gli adulti sembrano dei robot dei cartoni animati, mentre i piccolini sembrano aver sù una armatura di plastica per assomigliare a quei robot, come i bambini a carnevale
Anna ha chiesto a mezza voce: "chissà se li usano per arare i campi?". Insomma, eravamo proprio un gruppo di esperti della giungla. Io mi chiedo: chissà cosa ne è stato del povero contadino che ci ha provato, se mai ce n'è stato uno?
Questi momenti eccezionali, sono stati abbelliti anche da un pavone che, manco fosse stato pagato per farlo, tra noi ed i rinoceronti ha aperto la sua meravigliosa ruota.
Durante il resto della passeggiata, abbiamo poi visto altri animali: soprattutto uccelli dal nome impronunciabile, ma anche scimmie e daini (o cerbiatti o cervi: ancora non li riconosco, anche se tutti dicono che è facilissimo).
Sulla via del ritorno, dondolati dal nostro elefantone, ero tutto contento della nostra passeggiata: sarà anche simile alla pineta di Ostia (la parte senza i pini), ma gli alberi giganteschi che ogni tanto apparivano e soprattutto quegli animali selvatici per noi così rari, avevano soddisfatto ampliamente la mia curiosità e le mie aspettative
E così, mentre ripassavo la lista delle bestie viste, mi sono accorto all'improvviso che ne dimenticavo una.
L'elefante! Avevo visto anche l'elefante!
E non solo lo avevo visto, ma ci ero sopra, seduto da un paio d'ore!
Qualche riflessione...
Come avevo potuto dimenticarlo? L'elefante è uno degli animali più curiosi ed eccezionali che esistano, il più grande mammifero terrestre, l'unico (per quanto ne sappia io) con una forza pazzesca nel naso e quello con le zanne più temibili.
Ma come, per vedere un pezzetto di cervo (o daino, o cerbiatto) mi sono infrattato nella "pineta di Ostia nepalese" per ore, oppure ho rischiato la vita per un occhio di rinoceronte, e mi scordavo quasi l'elefante?
E la ragione era chiara: il rinoceronte è difficile da vedere, selvaggio e pericoloso, mentre gli elefanti qui sono comuni ed addomesticati
Il prezzo delle cose riflette due elementi: il loro valore e la loro rarità. Questo è un meccanismo normale e (nella maggior parte dei casi) giusto che riflette l'incontro di domanda ed offerta; quello che si studia appena entrati nelle facoltà di economia.
E l'importanza di una cosa, per l'uomo, illogicamente, è spesso legata proprio al prezzo. A ragionarci, dovrebbe dipendere dal suo valore 'intrinseco'. Invece, dipende spesso dalla sua rarità. La roba rara è poca, tutti sanno che non tutti possono averla e quindi tutti la vogliono. È così che funzioniamo.
Se per terra ci fossero diamanti e i sassi si trovassero solo nelle miniere sudafricane, sarebbero questi ultimi ad essere in gioielleria.
E così, rapidamente, il pensiero mi è andato a tutte le cose con valore intrinseco elevatissimo ma generalmente poco apprezzate perché facilmente disponibili: l'acqua pura, l'aria buona, il bosco di Ostia (con e senza i pini)
Un uomo in montagna con un diamante in mano, (per esempio, io), probabilmente apprezzerà il diamante e non vedrà la meraviglia dei fiori nel prato e l'incommensurabile valore dell'aria buona e del calore del sole. È la nostra natura. Le nostre priorità sono regolate dai prezzi piuttosto che dal valore.
E questa attitudine , come altre nostre attitudini, è in stridente contrasto con tutto il resto della natura.
Come tutti gli altri animali, vogliamo essere più forti (i maschi) o più attraenti (le femmine) per le note ragioni di riproduzione. Questo, potrebbe giustificare in gran parte (per esempio) la sete di denaro e di potere.
Ma altri fenomeni sono tutti umani: tipo la vanità, l'attaccamento alle apparenze o il desiderio che gli altri abbiano un'opinione positiva di noi. E l'attrazione verso gli oggetti in funzione del loro prezzo e non del loro valore.
Fenomeni che dipendono, a mio avviso, dalla maggiore, profonda autoconsapevolezza che l'uomo ha di sé. Caratteristica che distingue l'uomo dal resto del creato, e che lo avvicina maggiormente sia a Dio che al Demonio (o chi per loro).
"Se fossi una tigre", pensavo senza accorgermene dondolato dal paziente elefante, "mi avvicinerei ai turisti per farmi fotografare, e gli farei vedere la mia agilità". È un pensiero sciocco che so che mi ha attraversato la testa, senza controllo.
Ad una tigre, invece, queste cose non passano neppure nell'anticamera dei pensieri. Una pianta non fa di tutto per farsi vedere, e persino le scimmie (così simili a noi) si fanno i fatti loro. E non è perché rischiano di farsi ammazzare, ma perché non ne vedono l'interesse a comportarsi diversamente.
Il comportamento del resto della natura, al contrario del nostro, non è filtrato e mutato dall'opinione di chi la guarda. Ed in questo senso, tutto quello che ci circonda ha qualcosa da insegnarci.
Anche i sassi.
Altre avventure nel Parco
C'è stato un altro momento della nostra presenza a Chitwan nel quale non mi sono sentito tranquillo per niente. È stato al mattino seguente alle nostre passeggiate nella giungla, mentre scendevamo un fiume in una barca tradizionale.
Questa era stata ricavata da un enorme tronco, scavato in modo da rendere piatto il fondo. Era lunga quasi dieci metri, e larga poco più delle mie spalle. Eravamo tutti seduti su certe sedioline senza gambe, direttamente appoggiate sul fondo. Il barcaiolo era in piedi a poppa, e dava la direzione grazie ad un lungo bambu che puntellava contro il fondale.
Lenka non era affatto tranquilla, anche se non c'era motivo, mi dicevo. È vero che la barca era molto instabile e che il livello dell'acqua correva a pochissimi centimetri sotto il bordo legnoso; ma la corrente era quasi inesistente ed il fondale era al massimo ad una cinquantina di centimetri: di cosa avere paura? Mi sono risposto poco dopo.
"Max, guarda!", mi ha fatto Lenka, accovacciata proprio davanti a me.
"Lo sto fotografando, amore", ho risposto mentre l'obiettivo tra le mie mani centrava un grande uccello sul bordo del fiume.
"No! Guarda!", e mi ha insospettito l'urgenza nella voce, sussurrata come fossimo attaccati dagli indiani e non dovessimo farci scorgere.
Faccio appena in tempo a staccare gli occhi dallo schemo LCD per guardare nell'acqua accanto a me.
A forse mezzo metro a destra e mezzo metro sott'acqua, ho visto il profilo della testa di un coccodrillo acquattato ed immobile come fosse una pietra, che scivolava indietro per la velocità del nostro tronco scavato. Le mascelle, saranno state larghe almeno una trentina di centimetri.
Quei tipi di coccodrilli pare non attaccchino le imbarcazioni.
"Mai accaduto", aveva affermato Guida-senior.
"Se lo dice lui siamo in una botte di ferro", aveva commentato Anna.
Ma attaccano l'uomo; e la nostra instabile piroga rollava fortemente.
Ho pregato che nessuno si impanicasse e la rovesciasse, e che il barcarolo non spingesse col bambù sulla testa del bestione; per fortuna in pochi secondi il pericolo era lontano dietro di noi. Ma una certa caga era cresciuta in me, per far compagnia a quella di Lenka.
Il vantaggio di quell'incidente, è stato che nessuno ha più parlato per il resto della discesa. Abbiamo visto altri coccodrilli (più lontani), ma soprattutto ci siamo goduti il silenzio infranto dal fruscio dell'acqua e dalle svariate voci degli uccelli della giungla, mentre lo scenario dell'azzurro del cielo e del verde della foresta si sdoppiava nello specchio calmo del fiume. Quel silenzio ci deliziava più di una musica, come se fossimo stati in una trance innescata dallo spavento.
Il nostro programma nella foresta, prevedeva anche un momento ludico: fare il bagno nel fiume con un elefante! (E senza coccodrilli...)
Non so se vi siete mai trovati in tre sulla groppa di un elefante che si alza. Bhè, il nostro è stato aggraziato come ... un elefante. Lo scossone mi ha colto alla sprovvista, ed ho tirato forte la catena che l'animale portava attorno al collo, per tenermi. Dietro di me era seduta Kath, che fino ad un istante prima evitava di toccarmi per non creare imbarazzo con Lenka, seduta subito dietro di lei. Quando il pachiderma si è tirato sulle zampe davanti, si è giustamente aggrappata a me senza ritegno ed ha tirato fuori un urlo che mi ha spaccato i timpani, con quel modo di urlare delle ragazze sulla giostra. (... cosa avete pensato? Come osate? Non fate di questi commenti!)
Lenka ha fatto lo stesso, a catena. Ma guardate la foto che pubblico, che la dice più di tante parole.
Il bagno è stato fantastico, con tanto di doccia che l'elefante (poverino) a comando sparava dal naso.
Poco dopo, è stato il turno di Anna, Lucie e Paul; ma per loro il giro è stato più breve. Quando l'elefante si è alzato, Paul (che era terzo) si è aggrappato a Lucie (subito davanti a lui) la quale non si è tenuta ad Anna. Risultato: Lucie scaraventata per terra da almeno un metro e mezzo, e Paul dietro. Si è sentito un tonfo sulla sabbia forte e sordo, ma per fortuna solo qualche contusione ed una grossa incazzatura di Lucie con Paul (che non è che avesse tutti i torti, alla fine).
Ultima visita del programma: il "20.000 lakes", un lago paludoso e meraviglioso costellato da altri laghetti paludosi e meravigliosi. Sul suo bordo abbiamo fatto alcune foto da cartolina grazie al verde accesissimo delle chiome degli alberi.
E mentre Lenka ed io eravamo là a pochi metri dall'acqua, quella volpe di Guida-senior si è avvicinato con il suo sguardo da bambino ed il suo sorriso gentile.
"Qui tanti coccodrilli", ci fa. Non capivamo quasi nulla di quello che ci diceva, ma questo lo avevamo capito subito.
"Molto veloci! A volte sbucano fuori dall'acqua e spezzano in due un daino con un morso!"
Io e Lenka ci guardiamo scioccati: ma che cazzo ci facevamo sul bordo del lago? Guida-senior, pur se (lo avrete capito) non molto perspicace, ha colto l'accenno di panico nel nostro sguardo ed ha provato a riprendersi:
"non vi preoccupate, siamo in gruppo, i coccodrilli non attaccano". E se ne va a raggiungere gli altri più lontano, lasciandoci soli sul bordo. Impietriti.
Non siamo rimasti fermi là più di due secondi, il tempo di renderci conto che un coccodrillo più intraprendente degli altri ci avrebbe addentati come una coscia di pollo arrosto.
Ogni anno, tra le cinque e le dieci persone muoiono a causa dei vari animali: serpenti, coccodrilli, rinoceronti, tigri. Probabilmente abbiamo rischiato meno di quanto non crediamo durante il nostro soggiorno; ma se da un lato ci piace pensare che siamo degli eroici avventurieri, dall'altro sceglietevi bene la guida se andrete anche voi in nel Parco Nazionale di Chitwan.
Ed eccoci dunque sulla strada del ritorno da Chitwan. Nella pianura, avevamo lasciato le campagne piatte coltivate a riso. Erano costellate di case tradizionali dai muri sottili fatti di canne e fango e tetti di paglia; ma anche di nuove case in mattoni e cemento armato, tanto che mi sembrava di assistere allo spettacolo della modernità che ingoia una stupenda ma scomoda tradizione.
Tra i paesaggi caratteristici, c'erano anche le decine di mondine piegate a piantare germogli verdi e gracili di riso, oppure le contadine che battevano il grano nelle modeste aie tra le capanne, come papà mi racconta che si faceva una volta in campagna da noi (e a me pare preistoria).
Gli uomini aravano i campi, oppure non facevano un cazzo (come capita spesso in queste regioni del mondo). In generale, tutte scene bucoliche per chi le guarda, ma credo tostissime per chi le vive.
Altro elemento caratteristico del paesaggio, erano le distese di certe erbacce che crescevano ovunque non ci fossero coltivazioni, come l'ortica da noi, soprattutto lungo il ciglio della strada.
Marjuana. Nel suo contesto, questa pianta tanto demonizzata appare proprio per quello che è: erba.
Ed ora, lasciato tutto questo alle spalle, ci trovavamo di nuovo a percorrere quel lungo, tortuoso, pericoloso e meraviglioso tratto di strada fatto da Sonauli (al confine con l'India) a Katmandu fatto oltre due settimane prima.
Anche lungo la strada, una volta abbandonata la pianura, c'erano risaie, ma a terrazze larghe e sinuose che rispecchiavano le colline attorno. Poi, con l'addentrarci nelle montagne, i pendii sono diventati troppo scoscesi per il riso; tuttavia ovunque i contadini avevano strappato terra alla montagna da coltivare in altro modo, anche lungo strarupi così improbabili che le terrazze e non riuscivano ad essere piatte ed erano più corte dell'altezza dei muretti che le separavano.
Tornavamo verso il fresco dei 1300 metri di Katmandu, e ci pareva di tornare a casa.
Purtroppo mi sono rapidamente reso conto che, per visitarlo, era necessario rifare quasi tutta la strada fino a Sonauli, al confine con l'India: le dodici penose ore di autobus mi sono tornate alla mente nitide. Non eravamo molto entusiasti per questo, ma il desiderio di vedere un Parco Nazionale con tigri e rinoceronti e la prospettiva di passare qualche giorno con i nostri nuovi amici ha prevalso senza troppo sforzo.
Al contrario del solito durante i nostri spostamenti, quell'autobus (organizzato per turisti che, come noi, avevano comperato un pacchetto 'all in') era pieno di occidentali.
Occidentali abituati a viaggiare da queste parti, tuttavia, perché quando l'autobus si è fermato sul ciglio della strada apparentemente senza ragione, tutti gli uomini sono scesi rapidamente per far pipì, in fila e con le mani nella tipica posizione
WALKING IN THE FOREST
. Invece, tutte le donne sono rimaste sull'autobus senza protestare troppo, tranne una signora sulla cinquantina che si è acquattata dietro uno stentato mucchietto di terra. Devo ammettere che al di là di tutte le riflessioni sulla diseguaglianza di trattamento tra uomini e donne, ero sinceramente ed egoisticamente contento di quella sosta.
Il viaggio è diventato rapidamente un incubo, nonostante il panorama: sorpassi azzardatissimi sotto lo sguardo delle carcasse di mezzi incidentati sul ciglio della strada, buche che lasciavano ogni tanto spazio al catrame, curve senza quasi rettilinei. E poi, progressivamente, il sole che saliva alto sui finestrini - e con lui la temperatura.
Quando sette ore dopo ci hanno sbarcato su una piazzetta polverosa a Chitwan, Kath era verde e Lenka gialla, che assieme parevano la bandiera del Brasile.
Ci siamo subito accorti che la nostra guesto house, la Jungle Tourist, non era niente di che (tranne per il fatto che avevano un ottimo venditore di pacchetti turistici a Katmandu). Al momento del pasto, un tardo pranzo, questa impressione è stata ampliamente confermata
INOFFENSIVE GRASS
. Non che facesse schifo, abbiamo dormito e mangiato in posti peggiori; ma non valeva assolutamente il prezzo pagato (come d'altronde ci aspettavamo da un pacchetto 'all in').
Tuttavia, la Jungle Tourist aveva predisposto un casino di attività a raffica, quasi da non lasciar tempo libero per quei quattro giorni. Il soggiorno è stato globalmente divertente ed interessante. Ed un filino pericoloso...
Per esempio, il primo giorno siamo andati a fare una passeggiata nella foresta. Erano le 8 di mattina e ci avviavamo di buon passo per penetrare una giungla tropicale!
Chitwan è una di quelle riserve cui si affida la speranza di far sopravvivere alcune specie in estinzione. In particolare, qui si parla di tigri e rinoceronti indiani (quelli con un corno solo).
In queste riserve, sono tre le tipologie di esseri viventi a rischiare la pelle: gli animali che si estinguono per cause note, i turisti che vengono uccisi dagli animali ed infine le guardie forestali impallinate dai bracconieri. Insomma, c'era da fare attenzione
CHARMING BUT... HARD
. "Allora", ci dice la guida più esperta, o Guida-senior, con uno sguardo da bambino serio, "la giungla è un posto pericoloso, e quindi bisogna fare molta attenzione e comportarsi in un certo modo".
Lo ascoltavamo con estrema attenzione, anche se sembravamo pronti ad andare in spiaggia piuttosto che nella giungla. Oltre a Paul che aveva addosso del profumo, io avevo pantaloni color pesca più camicione indiano rosso-marrone-verde ed Anna era praticamente in ciabatte. C'era anche una seconda guida, Guida-junior, con la maglia della tuta neroverde tipo L'Aquila Rugby.
Guida-senior e Guida-junior avevano in mano due solidi bastoni in bambu che, ci avevano detto, potevano usare per tenere a bada le tigri; ma nessuno di noi credeva che una tigre (3 metri di felino) si facesse veramente scoraggiare da un bastone. Comunque, davamo fiducia ai due.
La nostra Guida-senior ha continuato nella sua esposizione, con il viso serio nel suo completo mimetico marrone; pareva come un allenatore che cerca di preparare come può sei schiappe da mandare in campo.
"Se arriva un rinoceronte, nascondersi dietro un albero o, meglio, arrampicarsi
SUNSET ON BOAT
. Se arriva una tigre, se possibile arrampicarsi su un albero." Lenka guardava gli alberi e si diceva che dovevano essere pieni di ragni. Anna mi sussurrava che, su un albero, non sarebbe mai riuscita a salirci. Io guardavo i tronchi, spesso grossi e dritti, e mi dicevo la stessa cosa anche se stavo zitto per vergogna.
"E comunque", ha continuato la giovane guida in un inglese tra i peggiori mai sentiti in Nepal, "mai, mai, mai separarsi". "Mai", ha concluso. "Se stiamo insieme, saremo attaccati molto più difficilmente".
Non è che fossimo rassicurati. Ma almeno, mi dicevo, avevamo una guida che sapeva il fatto suo.
La giungla attraversata dai turisti è quella meno folta: la 'dense forest', come viene chiamata la giungla vera, è più lontana e più pericolosa, poco adatta a chi tutto quello che sa lo ha imparato al cinema da Mr Crocodile Dundee.
"Qua me pare la pineta de Ostia", aveva detto Paul ad un certo punto della passeggiata, precisando:
"però la parte addò no stanno i pini" . Aveva riassunto bene il mio pensiero: a prima vista, sembrava che ci fossimo addentrati in un bosco normale del mediterraneo. Ma non era un bosco normale del mediterraneo.
Dopo molte fratte, molti ragni e pochi pezzetti di animali innocui intravisti nel folto tra i rami, eravamo giunti in una radura. Da dietro alcuni cespugli, dove ricominciava più fitta la vegetazione, sono giunti alcuni 'crak' distinti tra il cinguettare ed il gracchiare degli uccelli.
Guida-senior e Guida-junior, sempre con i due bastoni in mano, ci hanno fatto cenno di fermarci e sono avanzati con passo circospetto.
Io ero nelle retrovie e forse anche distratto, per cui non ho sentito nulla. Anna era più avanti, e dice di aver sentito una serie di crack più forti ed uno 'snort' da toro. Quello che ho visto, risvegliato da chissà quale fantasticheria, è Guida-senior che si è voltato di scatto con gli occhi a palla-da-panico che ha urlato:
"Rino! Run!!!" (ossia: "Rinoceronte! Correre!")
E così, alla faccia dello stare uniti, calmi, alberi eccetera eccetera, ci siamo ritrovati a zompettare nell'erba alta come quaglie, ognuno per fatti suoi
CHEK MAX FACES
. Pare che il rinoceronte, probabilmente infastidito, avesse fatto un accenno di corsa verso di noi: poco raccomandabile, viste le sue due o tre tonnellate di peso che può lanciare a 40Km/h.
Secondo me, dopo che ci ha visti correre impanicati in quel modo, si è rotolato per terra dalle risate.
Non so che tipo di pericolo abbiamo corso, ma non mi è piaciuto molto. Siamo rimasti a debita distanza per un po', a cercare di scrutare il suo occhio ed il suo corno che, tra il fogliame, era ridotto a poco più di un'ombra; poi ce la siamo svignata.
Dopo poco, ci siamo fermati per una sosta. Io ne ho approfittato per divincolarmi tra gli alberi e fare qualche rapido bisogno. Ad un certo punto, ho sentito Guida-senior che dice:
"Zitti! Là, c'è un cervo!"
"Cavolo", ho pensato, "proprio ora che sono impicciato... va bhè, ho finito..."
E mi sono rialzato sistemando le braghe. Ho sentito ridere, e Giuda-senior che ha fatto:
"con quel camicione indiano rosso-marrone-verde, tutti si possono sbagliare..."
Insomma, lo avevamo capito tutti: con Guida-senior eravamo in una botte di ferro
FAMILY LUNCH
.Il pomeriggio, era prevista una seconda passeggiata nella foresta: questa volta, a dorso di elefante! Sul pachiderma, con Lucie e Lenka, ero felice di sentirmi sballonzolare a destra e a sinistra dal suo passo molle.
Attraversare la giungla a dorso di elefante è stato molto più divertente rispetto alla passeggiata del mattino. Oltre al fatto che, a due o tre metri di altezza su quella massa da circa quattro o cinque tonnellate, ti senti veramente al sicuro, anche la vista era più ampia.
In una radura, poi, c'è stato un doppio incontro spettacolare: a poche centinaia di metri, due mamme-rino brucavano pacificamente con due baby-rino. Grazie ai nostri mostri buoni, ci siamo avvicinati forse a dieci metri per lunghi momenti e mi sono sentito un po' un coglione per, al mattino, aver rischiato la pelle solo per intravedere l'ombra di un corno e di un occhio.
I rinoceronti sono animali poderosi e buffissimi. Gli adulti sembrano dei robot dei cartoni animati, mentre i piccolini sembrano aver sù una armatura di plastica per assomigliare a quei robot, come i bambini a carnevale
SILENTLY DOWNRIVER
. A guardare il corno poco rassicurante, sembra incredibile che sia fatto di pelo (sì sì, proprio di pelo, come i capelli) ricoperto di pelle. E tutta questa macchina da guerra... solo per brucare pacificamente l'erba. È una specie animale a favore della pace armata...Anna ha chiesto a mezza voce: "chissà se li usano per arare i campi?". Insomma, eravamo proprio un gruppo di esperti della giungla. Io mi chiedo: chissà cosa ne è stato del povero contadino che ci ha provato, se mai ce n'è stato uno?
Questi momenti eccezionali, sono stati abbelliti anche da un pavone che, manco fosse stato pagato per farlo, tra noi ed i rinoceronti ha aperto la sua meravigliosa ruota.
Durante il resto della passeggiata, abbiamo poi visto altri animali: soprattutto uccelli dal nome impronunciabile, ma anche scimmie e daini (o cerbiatti o cervi: ancora non li riconosco, anche se tutti dicono che è facilissimo).
Sulla via del ritorno, dondolati dal nostro elefantone, ero tutto contento della nostra passeggiata: sarà anche simile alla pineta di Ostia (la parte senza i pini), ma gli alberi giganteschi che ogni tanto apparivano e soprattutto quegli animali selvatici per noi così rari, avevano soddisfatto ampliamente la mia curiosità e le mie aspettative
NIGHT STORM IN CHITWAN
. E così, mentre ripassavo la lista delle bestie viste, mi sono accorto all'improvviso che ne dimenticavo una.
L'elefante! Avevo visto anche l'elefante!
E non solo lo avevo visto, ma ci ero sopra, seduto da un paio d'ore!
Qualche riflessione...
Come avevo potuto dimenticarlo? L'elefante è uno degli animali più curiosi ed eccezionali che esistano, il più grande mammifero terrestre, l'unico (per quanto ne sappia io) con una forza pazzesca nel naso e quello con le zanne più temibili.
Ma come, per vedere un pezzetto di cervo (o daino, o cerbiatto) mi sono infrattato nella "pineta di Ostia nepalese" per ore, oppure ho rischiato la vita per un occhio di rinoceronte, e mi scordavo quasi l'elefante?
E la ragione era chiara: il rinoceronte è difficile da vedere, selvaggio e pericoloso, mentre gli elefanti qui sono comuni ed addomesticati
20000 LAKES...CROCODILES HOME
. Gli elefanti li vedi di sicuro, i rinoceronti non tutti ci riescono. È anche vero che vedere un animale in libertà è diverso ma, sono certo, non è questo il punto. Il prezzo delle cose riflette due elementi: il loro valore e la loro rarità. Questo è un meccanismo normale e (nella maggior parte dei casi) giusto che riflette l'incontro di domanda ed offerta; quello che si studia appena entrati nelle facoltà di economia.
E l'importanza di una cosa, per l'uomo, illogicamente, è spesso legata proprio al prezzo. A ragionarci, dovrebbe dipendere dal suo valore 'intrinseco'. Invece, dipende spesso dalla sua rarità. La roba rara è poca, tutti sanno che non tutti possono averla e quindi tutti la vogliono. È così che funzioniamo.
Se per terra ci fossero diamanti e i sassi si trovassero solo nelle miniere sudafricane, sarebbero questi ultimi ad essere in gioielleria.
E così, rapidamente, il pensiero mi è andato a tutte le cose con valore intrinseco elevatissimo ma generalmente poco apprezzate perché facilmente disponibili: l'acqua pura, l'aria buona, il bosco di Ostia (con e senza i pini)
JUNGLE'S UNEXPERIENCED EXPLORERS
. Un uomo in montagna con un diamante in mano, (per esempio, io), probabilmente apprezzerà il diamante e non vedrà la meraviglia dei fiori nel prato e l'incommensurabile valore dell'aria buona e del calore del sole. È la nostra natura. Le nostre priorità sono regolate dai prezzi piuttosto che dal valore.
E questa attitudine , come altre nostre attitudini, è in stridente contrasto con tutto il resto della natura.
Come tutti gli altri animali, vogliamo essere più forti (i maschi) o più attraenti (le femmine) per le note ragioni di riproduzione. Questo, potrebbe giustificare in gran parte (per esempio) la sete di denaro e di potere.
Ma altri fenomeni sono tutti umani: tipo la vanità, l'attaccamento alle apparenze o il desiderio che gli altri abbiano un'opinione positiva di noi. E l'attrazione verso gli oggetti in funzione del loro prezzo e non del loro valore.
Fenomeni che dipendono, a mio avviso, dalla maggiore, profonda autoconsapevolezza che l'uomo ha di sé. Caratteristica che distingue l'uomo dal resto del creato, e che lo avvicina maggiormente sia a Dio che al Demonio (o chi per loro).
"Se fossi una tigre", pensavo senza accorgermene dondolato dal paziente elefante, "mi avvicinerei ai turisti per farmi fotografare, e gli farei vedere la mia agilità". È un pensiero sciocco che so che mi ha attraversato la testa, senza controllo.
Ad una tigre, invece, queste cose non passano neppure nell'anticamera dei pensieri. Una pianta non fa di tutto per farsi vedere, e persino le scimmie (così simili a noi) si fanno i fatti loro. E non è perché rischiano di farsi ammazzare, ma perché non ne vedono l'interesse a comportarsi diversamente.
Il comportamento del resto della natura, al contrario del nostro, non è filtrato e mutato dall'opinione di chi la guarda. Ed in questo senso, tutto quello che ci circonda ha qualcosa da insegnarci.
Anche i sassi.
Altre avventure nel Parco
C'è stato un altro momento della nostra presenza a Chitwan nel quale non mi sono sentito tranquillo per niente. È stato al mattino seguente alle nostre passeggiate nella giungla, mentre scendevamo un fiume in una barca tradizionale.
Questa era stata ricavata da un enorme tronco, scavato in modo da rendere piatto il fondo. Era lunga quasi dieci metri, e larga poco più delle mie spalle. Eravamo tutti seduti su certe sedioline senza gambe, direttamente appoggiate sul fondo. Il barcaiolo era in piedi a poppa, e dava la direzione grazie ad un lungo bambu che puntellava contro il fondale.
Lenka non era affatto tranquilla, anche se non c'era motivo, mi dicevo. È vero che la barca era molto instabile e che il livello dell'acqua correva a pochissimi centimetri sotto il bordo legnoso; ma la corrente era quasi inesistente ed il fondale era al massimo ad una cinquantina di centimetri: di cosa avere paura? Mi sono risposto poco dopo.
"Max, guarda!", mi ha fatto Lenka, accovacciata proprio davanti a me.
"Lo sto fotografando, amore", ho risposto mentre l'obiettivo tra le mie mani centrava un grande uccello sul bordo del fiume.
"No! Guarda!", e mi ha insospettito l'urgenza nella voce, sussurrata come fossimo attaccati dagli indiani e non dovessimo farci scorgere.
Faccio appena in tempo a staccare gli occhi dallo schemo LCD per guardare nell'acqua accanto a me.
A forse mezzo metro a destra e mezzo metro sott'acqua, ho visto il profilo della testa di un coccodrillo acquattato ed immobile come fosse una pietra, che scivolava indietro per la velocità del nostro tronco scavato. Le mascelle, saranno state larghe almeno una trentina di centimetri.
Quei tipi di coccodrilli pare non attaccchino le imbarcazioni.
"Mai accaduto", aveva affermato Guida-senior.
"Se lo dice lui siamo in una botte di ferro", aveva commentato Anna.
Ma attaccano l'uomo; e la nostra instabile piroga rollava fortemente.
Ho pregato che nessuno si impanicasse e la rovesciasse, e che il barcarolo non spingesse col bambù sulla testa del bestione; per fortuna in pochi secondi il pericolo era lontano dietro di noi. Ma una certa caga era cresciuta in me, per far compagnia a quella di Lenka.
Il vantaggio di quell'incidente, è stato che nessuno ha più parlato per il resto della discesa. Abbiamo visto altri coccodrilli (più lontani), ma soprattutto ci siamo goduti il silenzio infranto dal fruscio dell'acqua e dalle svariate voci degli uccelli della giungla, mentre lo scenario dell'azzurro del cielo e del verde della foresta si sdoppiava nello specchio calmo del fiume. Quel silenzio ci deliziava più di una musica, come se fossimo stati in una trance innescata dallo spavento.
Il nostro programma nella foresta, prevedeva anche un momento ludico: fare il bagno nel fiume con un elefante! (E senza coccodrilli...)
Non so se vi siete mai trovati in tre sulla groppa di un elefante che si alza. Bhè, il nostro è stato aggraziato come ... un elefante. Lo scossone mi ha colto alla sprovvista, ed ho tirato forte la catena che l'animale portava attorno al collo, per tenermi. Dietro di me era seduta Kath, che fino ad un istante prima evitava di toccarmi per non creare imbarazzo con Lenka, seduta subito dietro di lei. Quando il pachiderma si è tirato sulle zampe davanti, si è giustamente aggrappata a me senza ritegno ed ha tirato fuori un urlo che mi ha spaccato i timpani, con quel modo di urlare delle ragazze sulla giostra. (... cosa avete pensato? Come osate? Non fate di questi commenti!)
Lenka ha fatto lo stesso, a catena. Ma guardate la foto che pubblico, che la dice più di tante parole.
Il bagno è stato fantastico, con tanto di doccia che l'elefante (poverino) a comando sparava dal naso.
Poco dopo, è stato il turno di Anna, Lucie e Paul; ma per loro il giro è stato più breve. Quando l'elefante si è alzato, Paul (che era terzo) si è aggrappato a Lucie (subito davanti a lui) la quale non si è tenuta ad Anna. Risultato: Lucie scaraventata per terra da almeno un metro e mezzo, e Paul dietro. Si è sentito un tonfo sulla sabbia forte e sordo, ma per fortuna solo qualche contusione ed una grossa incazzatura di Lucie con Paul (che non è che avesse tutti i torti, alla fine).
Ultima visita del programma: il "20.000 lakes", un lago paludoso e meraviglioso costellato da altri laghetti paludosi e meravigliosi. Sul suo bordo abbiamo fatto alcune foto da cartolina grazie al verde accesissimo delle chiome degli alberi.
E mentre Lenka ed io eravamo là a pochi metri dall'acqua, quella volpe di Guida-senior si è avvicinato con il suo sguardo da bambino ed il suo sorriso gentile.
"Qui tanti coccodrilli", ci fa. Non capivamo quasi nulla di quello che ci diceva, ma questo lo avevamo capito subito.
"Molto veloci! A volte sbucano fuori dall'acqua e spezzano in due un daino con un morso!"
Io e Lenka ci guardiamo scioccati: ma che cazzo ci facevamo sul bordo del lago? Guida-senior, pur se (lo avrete capito) non molto perspicace, ha colto l'accenno di panico nel nostro sguardo ed ha provato a riprendersi:
"non vi preoccupate, siamo in gruppo, i coccodrilli non attaccano". E se ne va a raggiungere gli altri più lontano, lasciandoci soli sul bordo. Impietriti.
Non siamo rimasti fermi là più di due secondi, il tempo di renderci conto che un coccodrillo più intraprendente degli altri ci avrebbe addentati come una coscia di pollo arrosto.
Ogni anno, tra le cinque e le dieci persone muoiono a causa dei vari animali: serpenti, coccodrilli, rinoceronti, tigri. Probabilmente abbiamo rischiato meno di quanto non crediamo durante il nostro soggiorno; ma se da un lato ci piace pensare che siamo degli eroici avventurieri, dall'altro sceglietevi bene la guida se andrete anche voi in nel Parco Nazionale di Chitwan.
Ed eccoci dunque sulla strada del ritorno da Chitwan. Nella pianura, avevamo lasciato le campagne piatte coltivate a riso. Erano costellate di case tradizionali dai muri sottili fatti di canne e fango e tetti di paglia; ma anche di nuove case in mattoni e cemento armato, tanto che mi sembrava di assistere allo spettacolo della modernità che ingoia una stupenda ma scomoda tradizione.
Tra i paesaggi caratteristici, c'erano anche le decine di mondine piegate a piantare germogli verdi e gracili di riso, oppure le contadine che battevano il grano nelle modeste aie tra le capanne, come papà mi racconta che si faceva una volta in campagna da noi (e a me pare preistoria).
Gli uomini aravano i campi, oppure non facevano un cazzo (come capita spesso in queste regioni del mondo). In generale, tutte scene bucoliche per chi le guarda, ma credo tostissime per chi le vive.
Altro elemento caratteristico del paesaggio, erano le distese di certe erbacce che crescevano ovunque non ci fossero coltivazioni, come l'ortica da noi, soprattutto lungo il ciglio della strada.
Marjuana. Nel suo contesto, questa pianta tanto demonizzata appare proprio per quello che è: erba.
Ed ora, lasciato tutto questo alle spalle, ci trovavamo di nuovo a percorrere quel lungo, tortuoso, pericoloso e meraviglioso tratto di strada fatto da Sonauli (al confine con l'India) a Katmandu fatto oltre due settimane prima.
Anche lungo la strada, una volta abbandonata la pianura, c'erano risaie, ma a terrazze larghe e sinuose che rispecchiavano le colline attorno. Poi, con l'addentrarci nelle montagne, i pendii sono diventati troppo scoscesi per il riso; tuttavia ovunque i contadini avevano strappato terra alla montagna da coltivare in altro modo, anche lungo strarupi così improbabili che le terrazze e non riuscivano ad essere piatte ed erano più corte dell'altezza dei muretti che le separavano.
Tornavamo verso il fresco dei 1300 metri di Katmandu, e ci pareva di tornare a casa.

