Verso Katmandu

Trip Start Dec 30, 2007
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Wednesday, March 19, 2008

19 Marzo - il lungo viaggio verso Katmandu

Il programma era magari un po' lungo, ma semplice e lineare.

Partenza il 16 Marzo sul treno Varanasi - Gorakphur delle 23h00 con arrivo la mattina seguente alle ore 8h00; poi autobus per la frontiera nepalese a Sonauli per una durata di circa 3 ore; infine autobus per una durata di circa 10 ore fino a Katmandu. In meno di 24 ore, ci saremmo infilati in un letto nepalese per, dopo un giorno di riposo, ripartire verso la scoperta di questa capitale.

Non sarebbe andata esattamente così.

La stazione di Varanasi era animata nonostante l'ora THE ABSOLUTELY NEEDED MOSKITO NET
THE ABSOLUTELY NEEDED MOSKITO NET
. Nonostante l'assenza di un tabellone che indicasse il binario di partenza del nostro treno, abbiamo capito che sarebbe partito dal secondo binario dalla folla che era assiepata sulla banchina.
Purtroppo, un giornalaio ci ha confermato in un ottimo inglese che quella folla aspettava il nostro stesso treno.

Dopo aver preso la passerella, ci siamo fatti un posticino vicino ad un gruppo di indiani che, con bandiere e bende gialle, erano venuti a manifestare a Varanasi o andavano a manifestare a Gorakphur per chissà quale causa. Erano accucciati sui talloni, in quella posizione che si vede che un indiano riposa, mentre se la prendo io sembra che stia facendo i miei bisogni.

Il treno era in ritardo. "Ma allora, non ci danno informazioni?", chiede Lenka.
Io stavo per risponderle che eravamo in India, quando una voce monotona e lenta di quelle da annuncio-delle-ferrovie, ha risuonato negli altoparlanti. Il brusio generale ci ha fatto capire che riguardava il nostro treno prima che arrivasse la traduzione in inglese: il binario di partenza era il numero 1!

La gente si è alzata, ha raccolto le cose sparse e pareva confermarsi gli uni con gli altri: "Allora è il binario 1?" "Sì, è il binario 1"

Io ho chiesto a Lenka: "Allora è il binario 1?" "Sì, è il binario 1". Stiamo diventando mezzi indiani anche noi·

I binari, come in tutte le stazioni, erano circa un metro più bassi della banchina. E mentre Lenka ed io, zaini in spalla, salivamo le scale della passerella con un altro 30% dei passeggeri, il restante 70% scendeva come una marea sui binari per arrampicarsi dall'altra parte.

È stato uno spettacolo bellissimo. Mi ha ricordato alcune sequenze di "Quark" che trasmettevano dopo pranzo una ventina di anni fa, quelle delle migrazioni delle antilopi che, in branchi numerosissimi, saltano in un fiume, lo attraversano a nuoto e risalgono con difficoltà dall'altra parte. Ma le antilopi non portano vestiti così colorati; e non sono così piccole.

Le vecchiette ed i ragazzini venivano aiutati a salire dall'altra parte dai più agili, le ragazze ridevano, tutti vociavano. Quando siamo giunti al primo binario, non tutti avevano ancora passato il guado.

Poi il treno è arrivato. Per fortuna avevamo delle cuccette, perché i vagoni con i posti a sedere erano pieni anche riguardo i posti in piedi ed i posti sospesi-su-un-piede.

La mia notte è passata così così: le nostre cuccette (lungo il corridoio) erano più corte ed allungati non ci entravamo. Ogni tanto, è meglio non essere alti.
Eppoi avevo una strana sensazione.

Al mattino, Lenka mi sveglia e mi fa:
"Max, sto male". "Ajia", penso.
"Ho vomitato tutta la notte". "Ajia", dico.

Lenka si è seduta accanto a me. Aveva quella faccia da "adesso ti devi occupare di me", che le donne sanno metter su al momento del bisogno.

Restiamo in silenzio. Poi parlo io.

"Mi sento strano anch'io". "Non oserai mica!", pensa.
"Mi sa che vado a vomitare". "Bastardo!", pensa. "Oh, no! Mi dispiace", dice.

Arrivati alla stazione di Gorakphur, la folla di acchiappa-turisti cerca di trascinarci verso una delle jeep private in partenza per la frontiera. Ma non è più il nostro programma.

Indichiamo ad un ciclo rik-shaw il nome del miglior hotel trovato sulla Lonely Planet, che avvertiva che Gorakphur non è una città in cui fermarsi.
Infatti, aveva ragione.

L'hotel era abbastanza grande, ma era un tipico hotel gestito da indiani: c'era sì la piscina, ma anche una completa disattenzione a 'dettagli' che per noi sono fondamentali.

Mobili di truciolato mezzi rovinati dalle cicche, mattonelle del bagno tutte macchiate, coperchio delle toilettes vecchio e miserevole. Un ragazzo ha dato una pulita veloce su nostra richiesta al pavimento sporco, e ci hanno cambiato le lenzuola. Quando il commesso arrivava con qualcosa che avevamo ordinato, bussava poi entrava senza aspettare (e visto che la porta era chiusa, spingeva come se volesse scardinarla).

Ed era caro. Dopo l'esperienza ad Haldwani, penso che in India meno una città è turistica, più gli alberghi sono cari e fanno schifo.


Abbiamo dormito praticamente tutto il giorno e tutta la notte, tranne una pausa di un paio d'ore dopo il tramonto durante la quale abbiamo massacrato almeno una trentina di zanzare.

I dolcetti comprati a Varanasi, li usavamo come mance a chi ci portava bottiglie d'acqua o riso in bianco. Eravamo preoccupati: dopo due giorni, il visto per l'India sarebbe scaduto: e se la nostra salute fosse peggiorata?


Il mattino dopo, invece, ci sentivamo meglio. Abbiamo fatto rapidamente i bagagli, contenti di lasciare quel posto. Dopo aver pagato, il commesso non ha voluto darmi la fattura in mano. La ha lentamente ripiegata in tre, poi l'ha messa in una busta che ha sigillato e mi ha porto con un sorriso come per dire:
"Visto che classe?"
Io l'ho accettata inarcando le sopracciglia ed annuendo come per rispondere:
"Minchia se non l'ho visto!". E siamo andati via.


Alla stazione degli autobus, abbiamo scelto il nostro pullman tra i vari assalti di chi proponeva soluzioni alternative. Ma non volevamo essere spremuti in una jeep, preferivamo poter vomitare nel corridoio dell'autobus piuttosto che sulle ginocchia di un altro turista.

L'autobus era fuori dalla stazione, già sulla strada; era semi-vuoto ma, ci hanno assicurato, sarebbe partito presto per Sunauli, il posto di frontiera nepalese. Troviamo i sedili abbastanza comodi, e siamo in prima fila: che fortuna! Dopo pochi minuti, l'autista entra e parte: tutto procede per il meglio.

Tuttavia, inaspettatamente, dopo pochi metri il pullman gira ed entra nella stazione. "Sicuramente, prendiamo qualche altro passeggero", mi dico.
Ecco che fa il giro di un terroso piazzale e si pianta con il muso contro il fianco di un altro pullman.

L'autista si gira e dice (o almeno credo):
"cambiare autobus!", e l'altro era anche lui già mezzo pieno.

Intuisco il potenziale dramma, ed incito: "Lenka, scatta. Porto io gli zaini".
Lenka è debole ma ha capito che ci potremmo fare il viaggio sui poco raccomandabili sedili di fondo. Se la sbriga come sa fare, e per fortuna troviamo due sedili molto avanti. Ma l'autobus è completamente sfondato. Resta poco della gommapiuma che ricopriva il legno dei sedili e degli schienali. Quando avanziamo, il cruscotto in latta si piega ogni volta che la strada è dissestata (ossia sempre).

Eppoi, abbiamo un autista aggressivo. Lo avevo capito subito quando è salito: con il volto scavato e con i baffi come Ciccio Ingrassia, giovane. Ha una particolare calamita al dito che lo fa rimanere attaccato al clacson: quando attraversiamo un centro abitato, senza esagarare almeno il 30% del tempo suona il clacson. Altrimenti, si limita a clacsonate da 10 secondi a volta anche per passare una bicicletta (che cerca sistematicamente di sbattere fuori carreggiata). Dopo due ore di viaggio, si ferma ad un incrocio e comincia a litigare di brutto con un paio di passeggeri, ma non so assolutamente di cosa.

Ad un certo punto, Lenka mi fa: "Max, ho quasi perso la scarpa".
"Ma come hai perso la scarpa", e sottointendo: al massimo, resta sull'autobus.
Lenka mi indica un buco nella carrozzeria sotto al nostro sedile di circa venti centimetri per cinque, attraverso il quale vediamo l'asfalto scorrere veloce.

Stanco, mi appoggio sullo schienale e sento la testa di un chiodo battuto male contro la scapola: meglio fare piano piano.

Ma nel primo pomeriggio, annunciato da una fila interminabile di camion parcheggiati sui due lati della carreggiata, giungiamo finalmente alla frontiera.

Le formalità per il visto nepalese, sono state facili e celeri: non c'erano molti turisti che arrivavano a quell'ora, troppo tarda per prendere un autobus per Katmandu. Ma per noi, tanto, proseguire era impossibile. Stavamo ancora male, dovevamo fermarci. La Lonely avvertiva che Sunauli non è una città in cui fermarsi, e che gli hotel erano peggio che a Gorakpur. Infatti, aveva ragione.

La bettola in cui siamo entrati, era almeno gestita da tipi disponibili e gentili. Per il prezzo più basso pagato per una camera da quando siamo arrivati (meno di 150 rupie indiane, ossia circa 2,5 euro), abbiamo giustamente avuto la camera più brutta.
Ma almeno, aveva due qualità: era decentemente pulita e la luce al bagno non funzionava (ci è rimasto il dubbio che fosse pulito). Anche per questa notte, avrei dormito in un letto più corto del mio metro e settanta. Almeno, in Inda mi posso finalmente sentire un gigante, come avrei voluto da bambino.


La Lonely diceva anche che le zanzare erano parecchio aggressive da quelle parti ed allora ho insistito per comprare una rete da mettere attorno al letto. Lenka mi ha preso in giro, perché ero troppo allarmista. Mi sono detto: "forse ha ragione?"


Nel cuore della notte, non era possibile dormire. Non so quante zanzare ci saranno state in stanza, ma sufficientemente per farci una trasfusione. Certo, l'avevo spuntata ed avevamo la zanzariera, ma il ronzio dietro le teste era infernale.

Verso le quattro del mattino, dopo periodi di sonno corti e leggeri, Lenka ha lanciato l'allarme rosso: nemico penetrato. Ho acceso la luce sulla squallida camera. Abbiamo fatto piazza pulita delle quattro o cinque più furbe passate dalla nostra parte della rete, ma abbiamo subito deciso di andare a prendere uno dei primi autobus per Katmandu, che partiva alle 5.


Alla partenza, l'autobus era vuoto. Con Lenka abbiamo scelto un buon posto nel buio della mattina. Dopo pochi chilometri, ci siamo fermati ad una stazione degli autobus di una città più grande poco distante, Bhairawa.
Certo, può innervosire partire alle 5 se, dopo trenta minuti, ti fermi per altri trenta minuti almeno. Ma il mattino era fresco, le zanzare erano sparite e noi due non ci sentivamo male: tutto andava per il meglio.

Ma quella stazione degli autobus aveva qualcosa di strano· ma cosa? Dopo pochi minuti me ne accorgo.

Era una stazione degli autobus. Ma vera, come le conosciamo in Italia. Non era un incrocio di strade pieno di autobus, non era un piazzale terroso e confuso circondato da baracche che vendono di tutto. C'erano file parallele di marciapiedi protetti da pensiline e con panchine in ferro. Gli autobus erano piuttosto ordinati, e c'era un accesso alla stazione. L'asfalto era abbastanza regolare ed abbastanza pulito.

Ed ora che ci facevo caso, notavo che anche i passeggeri che salivano a mano a mano non avevano nulla a che vedere con quelli indiani: portavano scarpe e non ciabatte, i pantaloni erano puliti, le camicie ordinate. Ed una volta ripartiti, ho notato che i bordi delle strade erano privi delle continue montagne di immondizia che si vedono in India, e molte più case come le intendiamo noi: senza i tetti di lamiera o i balconi pericolanti o i muri slabbrati. Ed infine, l'uso del clacson si limitava ai "pee-peeee" di due secondi.

Insomma, il Nepal anche se molto più povero, si presentava meglio dell'India, il che mi induce a pensare che la sporcizia e la rovina in India non siano tanto frutto dell'indigenza quanto di uno stile di vita.

Il viaggio è stato estenuante, circa 12 ore. Ma spettacolare. Abbiamo seguito una valle disegnata da un fiume impetuoso per una metà del cammino, e poi ci siamo goduti tre ore di traffico per entrare a Katmandu (proprio come a Roma). Invece del 17 notte, eravamo arrivati il 19 pomeriggio; ma arrivati.

Al solito un tassista ha provato a farci pagare il prezzo da turisti, questa volta con un tassametro taroccato. Dopo qualche ricerca, abbiamo trovato una stanza in una guest house molto carina e tranquilla.

È piena di gente che resta qui per un lungo periodo, anche alcuni mesi, il che è sempre una garanzia. Viviamo quindi un clima da "soggiorno all'estero" che ci piace molto, e che ci permette di conoscere un po' di gente con percorsi ed esperienze molto diverse e particolari.

È incredibile quante strade diverse esistano, se non viaggi non te ne rendi conto abbastanza.

Siamo ancora qui, da una settimana quasi. Ci occupiamo di ottenere il visto di rientro in India (per l'Italia 3 giorni, per la Repubblica Ceca 21 giorni - ah ah ah!), leggiamo, ma soprattutto abbiamo recuperato dall'infezione allo stomaco e dal viaggio.

E ci prepariamo a conoscere meglio il Nepal.
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