Varanasi
Trip Start
Dec 30, 2007
1
54
84
Trip End
Ongoing
Varanasi sarà anche la più sacra delle città sacre indù, ma dalla stazione fino al centro presso le rive del Gange, assomiglia a prima vista ad una qualsiasi confusa, caotica, inquinata città indiana.
La spina dorsale di Varanasi è lungo la riva sinistra del Gange, ed il fiume ne è il midollo stesso. In quel punto, esso compie una lenta, regolare cuva che sembra voler avvolgere il sole quando sorge ad est, come una circonferenza farebbe attorno al suo centro. E la città ne asseconda la traiettoria con templi e con palazzi magnifici e decrepiti, appartenenti a vari marajà di tutta l'India, conversi nei secoli per inchinarsi tutti a quel tratto di fiume, alla Madre Ganga.
In questo periodo dell'anno, la Ganga è ridotta ad un fiume dalle dimensioni europee, ma l'immensa spiaggia bianca dalla parte opposta della città testimonia quanto essa possa misurare quando i monsoni annuali la gonfiano
Le grandi costruzioni sul fiume, per non affogare durante le piene, si trovano molto più in alto rispetto al suo attuale livello. Viste dalla riva, queste si trovano alte a strapiombo come se fossero rocce frastagliate a ridosso di una valle. Tra esse, scendono ripide, strette e lunghe scalinate. Come fossero torrenti tra le rocce, le scalinate si aprono appena superati i palazzi, si congiungono e si confondono. Proprio come se seguisse un greto irregolare, questa immensa scalinata larga come la città, ossia 5 chilometri, si spezzetta e si orienta senza logica nelle varie direzioni, si apre in piazzali per cadere a strapiombo, cambia ripidità. Finchè non entra nel fiume.
Verso l'interno, in stridente contrasto con la grandezza delle costruzioni sul fiume e con la vista a perdita d'occhio, la città diventa immediatamente un dedalo di ruelle così strette che a volte un passante si deve schiacciare contro il muro se incrocia una mucca, e che del cielo resta solo una striscia di azzurro dopo due o tre piani di case. Sono i 'chwok', quartieri talvolta pullulanti di negozietti e di gente, talvolta vuoti, tanto pittoreschi da visitare quanto (certamente) duri da vivere
Ovviamente ci sono templi ovunque, di tutte le dimensioni. Quasi tutti gli alberi, soprattutto se sono 'fichi bengalesi', sono riveriti come sacri: colorati, circondati da muri per farne un templio, la base coperta di cemento, circondati da palazzi. E spesso, guardacaso, secchi.
Soprattutto, dove meno te li aspetti, ad un angolo o attorno ad un templio, spuntano i 'lingam', simbolo di Shiva. Sono forse il tratto più caratteristico della città, grandi come un paracarro o minuscoli, tutti ovviamente sacri e riveriti.
Infatti, Varanasi è la città di Shiva; questo è il suo 'Vaticano'. Ma senza Papa.
Lungo il fiume
Alle 5h15, quando siamo usciti dall'hotel, era ancora buio. Eppure dopo poche centinaia di metri, ci abborda un tipo che con quella faccia avrebbe potuto vendere droga. Invece ci fa:
"boat?"
D'altronde, quasi tutti i turisti in giro a Varanasi a quell'ora hanno in programma un giro sul Gange. E quasi tutti sono accalappiati in pochi minuti.
Ho dovuto fare uno sforzo per dire "sì", perché alle 300 o 400 proposte giornaliere (dai rik shaw ai vienditori di colori) ci siamo abituati a dire "no" in automatico.
Dopo pochi minuti, nella luce crescente che precede l'alba, eravamo abbracciati in mezzo al Gange, avvolti in una coperta
Il sole si è visto dal suo primo spuntare, una piccola curva arancio tra gli alberi all'orizzonte. Il barcaiolo ha smesso di remare per salutarlo con le mani giunte.
Man mano che ci avvicinavamo al Ghat principale, il fiume si faceva sempre più affollato. Alcune barchettine agili cariche di oggetti inutili in vendita, attaccavano per fortuna i gruppi di turisti più folti. Abbiamo incrociato dei pescatori, poi dei monaci buddisti che facevano da guida ad alcuni giapponesi, poi un barcone enorme coperto con lenzuola bianche con sopra quattro turisti, poi una barca poco più grande della nostra ma con forse venti turisti· insomma, c'era di tutto nel fiume. Ma nulla rispetto a quello che c'era a terra.
Lungo i ghat, numerose di persone si avvicinavano all'acqua. Un anziano signore faceva esercizi di yoga, mentre poco sotto uomini in fila lavavano i panni sbatacchiandoli con forza (e a mio avviso, inutilmente) contro delle lastre di pietra a pelo d'acqua.
Affianco, dei ragazzi si lavavano i denti nell'acqua del Gange (che solo a guardarli non so che malattie mi sono preso), mentre appena dietro un uomo acquattato aveva tirato fuori il suo attrezzo e faceva pipì in un colatoio. Il colatoio scendeva tra chi lavava i denti ed i panni.
Un gruppo di sportivi, si era gettato in acqua e faceva la sua nuotata quotidiana (esiste un Varanasi swimming club!)
C'erano poi altri personaggi, che se li incontrassi in sogno sarei contento di svegliarmi. Con il volto dipinto, barba e capelli lunghi ed incolti, vestiti di un panno arancione, scendevano lentamente le scalinate degli esseri che, ad uno sguardo più attento, abbiamo riconosciuto come degli uomini.
Si appoggiavano ad un tridente· sì sì, un tridente. Magri, sembravano la brutta copia di Nettuno della Fontana di Trevi. Quando si spogliavano, potevamo vedere che anche il corpo era dipinto, oppure velato di una polvere opaca (che abbiamo poi scoperto essere cenere). Entravano in acqua lentamente, compivano delle abluzioni rituali gettando l'acqua nelle quattro direzioni e offrendola al sole. I gesti erano intensi ed affascinanti.
E, per tre volte, bevevano l'acqua del fiume.
Anche se è uno dei fiumi più inquinati al mondo, quell'acqua è purificatrice per l'anima e lava via tutti i peccati. Devono essere peccati belli incrostati, se per lavarli serve quell'acqua lì·
E poi tanti sari colorati di donne che salivano e scendevano le gradinate per i riti, per le offerte, per lavarsi
A qualche decina di metri, uno spazio tetro sembrava non appartenere a quella stessa città, tanto era vuoto, grigio e fumoso. Si trattava di uno dei due 'Burning Ghat' di Varanasi, dove i corpi di migliaia di indiani defunti vengono ridotti in cenere. C'è sempre una cremazione in corso, le pire ardono tutto il giorno e la notte. Anche in quel momento ne bruciava una.
Occorrono 350 chili di legna e oltre 3 ore per bruciare un corpo. Non tutti ne hanno i mezzi, ed allora sul bordo del fiume c'è anche un crematorium a gas.
"No good" ci dice il barcaiolo nell'indicarcelo, con una smorfia che gli scopre i denti rossi di tabacco. Sul bordo del Gange, per liberare la propria anima, è più efficace farsi cremare a legna, meglio se di sandalo (2 euro al chilo, solo per i più ricchi).
Quindi vuol dire che chi si fa cremare 'a gas' è solo mezzo libero? O è libero uguale?
I corpi devono essere bruciati qui entro un giorno dal decesso per assicurarsi l'interruzione del ciclo delle nascite e delle morti in cui credono gli induisti
Attorno a queste credenze, esiste un business in stridente ottima salute ed è appunto quello del legname, in particolare attorno al 'burning ghat' principale: Manikarnika Ghat. Su tutto lo spazio del Ghat e agli inizi dei vicoli che vi giungono, ci sono cataste di tronchi enormi e bilance alte il doppio di me che stabiliscono il prezzo da pagare per la liberazione della propria anima. Il legname è portato a ciclo continuo da uomini scalzi che salgono senza problemi sulle cataste con una quarantina di chili da scaricare sulle spalle. Sotto i piedi devono aver stampato 'vero cuoio'; altro che Todd's, quella è la vera scarpa che respira!
I commercianti sono seduti, grassi e silenziosi, dietro una piccola vetrina a pochi metri dalla loro mercanzia, e guardano senza indifferenza i clienti arrivare.
Questi scendono le scale trasportati in barelle di bambù, spesso a passo di fanfara. Sono avvolti in sudario di seta rosso se era una donna, bianco se era un uomo oro se era una persona anziana di qualsiasi sesso.
I bimbi ed i sadhu non si cremano, si gettano nel Gange così come sono: sono già puri
Le salme vengono lavate nel fiume, poi disposte sulle pire di legna. È uno dei membri della famiglia che ha il compito iniziare la cremazione, mi pare il figlio maggiore. È completamente rasato in segno di devozione ('mundan') e di purezza, e veste soltanto di un panno bianco avvolto attorno al corpo, il colore del lutto. Gira cinque volte attorno alla pira con una torcia infiammata in mano, e poi appicca il fuoco.
Le ceneri (ed i pezzi non bruciati, per quelli che hanno meno soldi), vengono poi gettate nel fiume da una barca.
La cremazione delle salme dei credenti induisti, è il tratto caratteristico più forte di Varanasi. Nei nostri quattro giorni di permanenza, ci siamo fermati varie volte per qualche minuto dinanzi a questo· non so come dire· rito spettacolare?
Una volta, giravano in cerchio attorno ad una pira sei o sette uomini - non so perché, ma non ho mai visto donne partecipare ad una cerimonia funebre. Come al solito, il primo teneva una torcia di pagliericci intrecciati fittamente, e conduceva la triste danza ammantato di bianco
È una cerimonia che mi sembra quasi più dura della nostra sepoltura. Infatti il corpo della persona amata deve essere distrutto, e per mano dello stesso figlio. Inoltre, non lascia il tempo di piangere, visto che deve essere fatto in 24 ore e ci sono tante cose da organizzare. Non ultimo il trasporto: vengono qui da tutta l'India (anche se molti arrivano a Varanasi prima di morire per rendere ancora più certa la propria non-rinascita).
Ma non provavo tristezza per quel singolo dramma, non c'era lo spazio. Attorno c'erano altre due o tre pire che bruciavano, mentre, una salma era in acqua per essere lavata ed un'altra, avvolta nel sudario, era trasportata giù lungo il ghat. Era una catena ininterrotta.
La morte quindi ci appariva per quello che è: una cosa normale. C'era un altro sentimento in me più pesante della tristezza ma meno drammatico, che era legato alla consapevolezza, in quel momento, della ineluttabilità della morte e della sua normalità.
Mi pareva che questo fosse un sentimento comune tra la piccola folla assiepata sui gradini, silenziosa, spesso le mani giunte tra le gambe
Non c'erano persone che piangevano, soprattutto c'era un clima di rispetto.
Una sera dopo il tramonto, mi sono seduto poco distante dall'altro 'burning ghat', più piccolo ma - pare - più antico: Harishandra Ghat. Solo una pira bruciava, ed attorno c'era un piccolo gruppo di cinque o sei uomini soli nel loro dramma. Poco lontano due tori facevano a cornate, la gente passeggiava attaccata dai venditori di 'candele galleggianti', le barche passavano, alcuni cani frugavano tra i resti delle pire fumanti ed ogni tanto trovavano qualcosa da mangiare (non oso pensare che cosa, non mi pare una cosa possibile).
Ancora una volta, la morte era uno degli spettacoli che la vita offriva, mentre gli altri attorno continuavano.
Per imparare a morire, bisognerebbe venire in India.
Ma torniamo al nostro giro in barca, ormai eravamo quasi arrivati
Ci finiscono le fogne della città (750 000 persone!) e le acque utilizzate per irrigare i campi (non credo siano coltivazioni bio-dinamiche).
Scusate, ma non posso fare a meno di pensare a quelli che si lavano i denti - a scelta con uno spazzolino, con le dita o con un bastoncino di legno.
Io dico, passi bagnarsi e bere l'acqua: non discuto la fede degli induisti.
Ma lavarsi i denti! Veramente, allora, le centinaia di persone che ho visto non hanno un filo di uno straccio di senso del sudicio.
I loro anticorpi, saranno peggio di Swrtznegger! Immagino i bacilli entrare in massa in quelle bocche, e trovarsi di fronte dei Terminator. E poi, immagino un bacillo povero e sperduto, che passa per caso vicino ad un occidentale · e lo riduce come una pezza con un'occhiata (come è capitato a noi).
Il barcaiolo ha accostato e siamo scesi. Eravamo al centro della città, e saremmo tornati verso il nostro hotel ad Assi Ghat, dal nome di un minuscolo affluente del Gange. Varanasi, prende nome da un affluente più a nord, il Varuna, e dall'Assi, che ne definiscono i confini.
Ci siamo così trovati a passare tra quella folla assurda e disparata. C'erano, chissà perché, soprattutto donne.
Quelle che entravano in acqua, si spogliavano del sari coprendo malamente il seno, il che è assurdo se penso a tutte le regole del coprirsi che ci sono.
Queste regole sono strettissime. Eppure, i sari sono abiti sensualissimi oltre che magnifici, perché lasciano tutta la pancia scoperta fino sotto al seno, e talvolta (raramente) ne lasciano intravedere la parte bassa (che non esiste abbigliamento più provocante!). Però è impensabile di vedere un pezzettino di gamba sopra il ginocchio di una donna: gli indiani verrebbero dalle valli vicine a guardare l'evento.
Ed una donna che si bagna, deve utilizzare una sottoveste che, dal collo, le copre fino sotto i polpacci
Per fortuna la maggior parte delle donne erano di mezza età, altrimenti ci sarebbe scappata una litigata con mia moglie, di quelle tipo: "l'hai guardata", "No, ma figurati, guardavo il folklore", "sei uno stronzo come tutti gli uomini" , "ma no, per gli uomini è normale", eccetera eccetera. Un noto ed approfondito effetto collaterale della monogamia.
Le famiglie nel fiume, spesso con i bambini, si schizzavano l'acqua come facessero il bagno al mare tra un rito e l'altro. Gli unici che non scherzavano erano i minacciosi e barbuti 'sadhu', che non so dove avessero lasciato il tridente; tutti li guardavano con una certa reverenza come fossero stati preti di campagna in giro per il paesino. I bufali d'acqua, loro si facevano strada tra la folla senza problemi, con quella faccia da "scanzati o ti sfondo".
Presso il Main Ghat, o Dasashwamedh Ghat, ci siamo fermati ad osservare delle donne che facevano le loro offerte al fiume. Nei bei sari, erano accucciate sui talloni sull'ultimo gradino prima dell'acqua
Neanche il tempo di cadere in acqua, le monete venivano acchiappate da lestissimi ragazzini con potenti calamite appese in fondo ad una cordicella, in piedi a forse 40 centimetri dal naso delle signore assorte in preghiera. Ogni volta che delle monete cadevano, l'acqua si muoveva come quando, nei film, si vedono dei coccodrilli mangiare una persona. Alcune volte, con uno sghignazzo i ragazzini rubavano le monete dal gradino prima che fossero spinte in acqua.
Mi ha sorpreso la loro sfacciataggine, ma questa si trova anche in Italia. Molto di più, mi ha colpito l'imperturbabilità delle signore in preghiera. Queste donne venivano da chissà quanti chilometri, magari per proferire una volta nella vita una preghiera particolare (magari, invece, erano di Varanasi: chissà!) e dei ladruncoli sembravano rovinare tutto come vermi in una ciliegia.
Invece, le donne mangiavano la ciliegia senza pensare al verme (come zia Giuliana). Come dire, facevano la loro offerta, poi se il fiume accettava di far prendere quei soldi, che facesse
Questo è forse l'aspetto che più mi ha colpito dell'India, che provo a riassumere così: tutti si fanno gli affari loro.
Lungo le piattaforme, sotto ombrelli in cemento, stavano seduti dei tipi da bisca (per la maggior parte). Erano 'commercianti di spirito', che si fanno pagare per recitare preghiere e riti o semplicemente per una chandan. E c'è da contrattare.
C'era un signore indiano che, col volto in una smorfia di sofferenza, aveva l'aria di dire al suo aguzzino spirituale:
"Ma no, ti ho dato tanto, non mi resta nulla".
L'altro contava le 700 rupie in mano, e pareva rispondergli:
"Ancora, nell'altra tasca"
Ed il cliente vuotava quella tasca, e tirava fuori 50 rupie di più. Un 'compare commerciante', da dietro la schiena del cliente, ha fatto quel gesto in avanti col capo ed ha strizzato gli occhi in quel modo che, in tutte le lingue, vuol dire: "bell'affare, ah? Pesca fortunata stamane·"
Ho provato rabbia per l'arroganza dell'uno e pena per la debolezza dell'altro, che quasi intervenivo (in che lingua, poi? Sai che ridere·).
Ma questa è l'India e probabilmente entrambe recitavano una parte
La regola generale in India, è che non si sa mai. Così sono andato via, con un pizzico in più di quella indifferenza che vedo qui nella gente, perché semplicemente non so.
C'erano poi coloratissimi banchetti di fiori da offrire al fiume, pujari che compivano i riti mattutini nelle decine di templi lungo i ghat, ragazzi che cercavano di abbordare turisti per chissà quale frode. Ma la grande massa, erano donne venute lì per pregare, ed erano le vibrazioni della loro fede che si sentivano nell'aria ormai già calda.
A mano a mano che ci allontanavamo dal centro, le gradinate diventavano più vuote. Così, i gesti dei devoti erano più intimi, tanto che trovavo difficile utilizzare la macchina fotografica.
Finchè ci siamo trovati soli col fiume.
Le rue di Varanasi.
L'altro volto di Varanasi, è quello delle sue stradine interne. I templi sono seminati ovunque, più che a Roma le chiese (anche se si considerano tutte le Madonne agli angoli delle strade).
Il templio più conosciuto di Varanasi, si trova in pieno centro sommerso tra le case strette: il Kashi Vishvanat Temple o Golden Temple (nome dovuto alla sua cupola rivestita di oro).
Dalla larga strada principale, un cartello indicava per andare verso il templio: una ruella piccola ed affollata. Lenka ed io abbiamo guardato la stradina con sospetto, ma dopo un secondo l'abbiamo presa senza esitare.
Siamo andati avanti per alcune centinaia di metri, mentre ci strusciavamo alle persone avanti, dietro e di lato per poter avanzare. Le mucche, loro riuscivano a farsi strada senza troppe difficoltà con gli stessi argomenti dei bufali d'acqua di prima. Ma io non potevo fare altrettanto: non avevo le corna. O almeno· va bhè, questo è un altro discorso.
In quel casino, degli operai cercavano di tirar su tre cavi elettrici dall'aria molto pesante, con l'aiuto di una sola scala di bambù. Per gaurdare per aria, ho posato il mio piedino in ciabattina accanto ad una merda di dimensioni cosmiche (già pestata da qualcun altro).
Varie curve a gomito, non permettevano di vedere un'uscita da nessun lato e le strade laterali erano poche.
Abbiamo individuato immediatamente l'ingresso del Golden Temple per la presenza di un'intera pattuglia dell'esercito che filtrava l'ingresso dentro un arco buio.
Lenka aveva già sufficientemente una sensazione di claustrofobia da folla, e ha deciso di aspettarmi fuori in una strada più defilata, nonostante gli sguardi degli uomini indiani avrebbero raddoppiato di intensità senza di me. Io mi sono infilato nell'ingresso buio profondo una ventina di metri, dopo due perquisizioni (con la barba sembro forse un talebano tinto?).
In fondo si scorgeva un edificio bianco e tanta luce; ed un uomo armato di mitra che mi puntava da dietro ad un muro di sacchi di sabbia. Ed al buio non vedeva neppure il colore di barba e capelli· Non è che mi sentissi molto al sicuro.
Quell'edificio bianco, che si incontra per accedere al principale templio indù di Varanasi, è (ironia della sorte) la moschea principale di Varanasi, Gyanvapi Masid. È grande e bianca, completamente circondata da un'alta barriera fatta da fitti pali di ferro sormontati da una generosa dose di filo spinato. Un'impalcatura sorreggeva uno sgabiozzo di ferro dal quale un militare armato ed attento sorvegliava la situazione da una ventina di metri di altezza.
Manco a dirlo, l'accesso alla moschea non è consentito ai visitatori.
Ho circumnavigato la moschea, mentre vari commercianti di fiori per le offerte al templio mi imponevano di lasciare le scarpe in loro custodia e comprare i fiori (che non ho fatto). Dall'altra parte, ho subìto una nuova doppia perquisizione, poi ho preso un porticato, poi sono tornato indietro per una stradina minuscola costeggiata da lingam dove un militare mi ha detto che potevo tenere le scarpe e quello dopo me le ha fatte togliere, ed infine sono sbucato di nuovo sotto il porticato.
Non so se si è capito: mi ero perso.
Poi un altro militare (dico, pareva di essere in una caserma!) mi ha indicato una strada affollata poco lontano, che credevo fosse l'uscita e che invece era la strada giusta.
Se in una vita passata sono stato guida alpina, sono di certo morto disperso.
Finalmente ero all'ingresso del templio; ma ho indugiato un po' troppo ed un militare con i baffi grigi e quindi probabilmente alto in grado si è avvicinato.
"Di dove sei". Gli rispondo.
"Passaporto". Ce lo aveva Lenka fuori con tutti gli zaini, visto che dentro non si poteva portare nulla di nulla.
"Allora vai lì dentro". In un locale umido dietro alla fila di venditori di fiori, da dietro un largo tavolino un altro militare, più giovane ed ancora più sgorbutico, mi ha lanciato un quaderno. Era pieno di nomi ed indirizzi scritti a casaccio. Mi ha indicato un ritaglio di spazio in una pagina barrata a penna.
Gli scrivo nome ed indirizzo.
"OK, vai." Mi fa.
Ma che ci fanno con un nome ed indirizzo di uno che non gli ha fatto vedere il passaporto?
Insomma, lascio le ciabatte ed entro.
In Europa, ci aspettiamo che i templi importanti delle città importanti siano costruzioni imponenti. Quello invece era di piccole dimensioni: perché una cosa sia tanto sacra, non deve essere tanto grande.
Ed è la dimensione la prima cosa che mi ha colpito.
La seconda, è stata la folla. È vero che una cosa tanto sacra non deve essere tanto grande, ma poi il problema è che ci va tanta gente. E fa tante offerte.
Infatti, la terza cosa che ho notato era un odore umido e poco gradevole di fiori e cibo. Venivano da dentro il templio principale, sotto la cupola ricoperta d'oro. Era una stanza forse 5X5. In un angolo, c'era una vasca quadrata circa 2X2, con al centro un lingam nero. Il lingam, sembrava galleggiare in un liquido nel quale il pujari e la gente attorno versavano latte, acqua, cibo, fiori. Il pujari, poi, prendeva i fiori e li donava. Oppure distribuiva il 'prasad'.
Scordatevi i prasad di Gorari: a varanasi sono delle pappettine liquide e fredde con non so cosa dentro. Sono rimasto qualche secondo di troppo ad osservare, ed un militare si è avvicinato.
"Ci risiamo", mi sono detto. Ma questo voleva solo fare due chiacchiere, come le decine di indiani che ci abbordano in treno per il piacere di parlare con uno dalla faccia diversa. Poi mi ha detto:
"fatti fare la chandan". Ho esitato, ho detto che non avevo soldi da offrire, tanto non la volevo. Ovviamente è stato inutile. Ha parlato col pujari che mi ha chiesto di avvicinarmi, mi ha acchiappato la testa e mi ha spalmato della roba tra gli occhi. Poi ha preso una collana di fiori immersa nella vasca e me l'ha messa attorno al collo. Infine ha provato a darmi del prasad, ma mi ha fatto così schifo che ho rifiutato.
I fiori erano tipo garofani, di quelli che si inzuppano come i Colussi. La mia 'kurta' (una specie di grembiale, bello e molto indiano) era decisamente stata benedetta da quel liquido sacro e marcescente.
Ho ringraziato il mio amico militare e sono uscito per togliere immediatamente i fiori da attorno al collo.
Avrete capito perché il pavimento di marmo era coperto d'acqua, e la sensazione era quella sgradevole che si prova quando si cammina scalzi negli spogliatoi della piscina.
Di fronte al templio principale ce n'è un secondo che fa da contraltare e che si trova dentro il medesimo piccolo edificio il quale, torno torno, è circondato da decine e decine di lingam dalle proporzioni più diverse e posti in modo assolutamente irregolare, mi è sembrato a casaccio (ma sicuramente non è stato così). Esterni, ci sono altri quattro templi agli angoli, come fossero bastioni a protezione di uno dei cuori sacri di Varanasi.
In ognuno di questi il pujari preposto mi ha acchiappato e mi ha spalmato roba in fronte. Poi, presso un'altra vasca con un lingam, un pujari mi ha preso la mano, me l'ha messa sul lingam, mi ha sbattuto su fronte e capelli una pasta grigia colla mano come fosse una cazzuola, mi ha fatto ripetere invocazioni in sanscrito per almeno un minuto di orologio, ha preso un'altra collana di fiori da dentro la vasca piena di liquido opaco e me l'ha messa attorno al collo.
"E che cazzo!" , ha esclamato la mia kurta. Ho tolto anche la seconda collana, ed assieme all'altra l'ho posata con devozione sul dorso della statua di marmo di Nandu, il toro cavalcato da Shiva come fosse una moto: per spostarsi in modo rapido, veloce e probabilmente divertente.
Rispetto alle nostre chiese, imponenti musei sacri, il Golden Temple mi sembrava non meritare la sua reputazione. I gesti frettolosi dei pujari indaffaratissimi mi sono parsi vuoti. La folla brulicante, gli odori e la confusione mi hanno completamente distratto dalla predisposizione a percepire qualsiasi cosa di sacro. Eppoi, soprattutto, non sono induista: la maggior parte dei presenti erano fortemente e sinceramente devoti a quelle 'murti' ed a quei lingam.
Sono tornato indietro per la stessa strada, e mentre camminavo attorno alla moschea e le scimmie si facevano beffe dei militari, mi sono detto che questo isolato rappresenta la situazione dell'India oggi: mussulmani ed indù costretti a vivere fianco a fianco, ma in fondo nella diffidenza. E con la comunità mussulmana chiusa a riccio per paura.
Nel frattempo, fuori Lenka era sul bordo di una crisi di nervi (senza accorgermene, era passata mezz'ora) per tutti gli uomini che la fissavano come fosse un animale allo zoo, per le bocche piene di saliva rossa che le sorridevano, per gli sputi a terra, per la sporcizia, per la folla. L'India non è un paese facile per le donne che viaggiano sole·
In altre diverse occasioni abbiamo visitato le ruelle degli estesissimi 'chwok' di Varanasi. In particolare, una sera rientravamo sui ghat verso l'hotel e Lenka desiderava comprare della pasticceria (non so come farà in Europa senza i dolci indiani). Allora abbiamo tagliato verso l'interno per una viuzza ignota. Era buio, ma sapevamo che quella zona di Varanasi è assolutamente sicura.
Un conto è saperlo, un conto è camminare per vicoli bui larghi un metro e mezzo. Siamo passati accanto ad un paio di stalle con una decina di mucche che rientravano con la notte. Con un salto all'indietro ho parzialmente evitato gli schizzi di un vitello con la diarrea.
Piccoli templi nascosti che sembravano molto belli, erano misteriosi ed affascinanti profilati contro il cielo notturno. Da dentro gli appartamenti che davano sulla strada con le porte aperte, ci arrivavano immagini del povero quotidiano degli abitanti.
Abbiamo camminato per mezz'ora, quasi sempre in vicoli isolati; e non ci piaceva più molto. Come la campanella durante l'interrogazione, ci ha salvati il rumore selvaggio del traffico della strada. Lo abbiamo seguito, forse per la prima volta con piacere, per trovarci proprio di fronte alla pasticceria! Che fortuna!
Ma tanto, quei dolci non li avremmo mangiati·
Altro a Varanasi.
Una giornata del nostro soggiorno, l'abbiamo dedicata alla visita a Sarnat, ad una decina di chilometri da Varanasi, dove Gautama Buddha ha pronunciato il suo primo sermone ai primi cinque seguaci 2500 anni fa.
Un altro luogo così sacro ad un'altra religione e così vicino. Così è l'India.
Poiché quel mattino pioveva, Lenka ed io abbiamo preferito ritardare la partenza e siamo passati prima a comperare il biglietto del treno verso il Nepal.
Lenka è entrata nell'ufficio informazioni della stazione ed io mi accingevo a farlo quando il nostro rik-shaw driver si avvicina.
"Attenzione a quello che vi dicono là dentro! Con la scusa che sono un ufficio informazioni, vi dicono bugie ed alla fine cercano di mandarvi nei negozio convenzionati con loro· e prendono commissioni enormi!" , mi dice con un misto di invidia e di orrore Bablu, che è stato il nostro accompagnatore per gli spostamenti a Varanasi.
Gli ho promesso con la faccia seria che avrei fatto attenzione. E lui ha aggiunto:
"Poi non dicono mai che il modo più comodo per andare in Nepal da Varanasi è con un luxory bus che parte ogni giorno e con 600 rupie vi porta fino a Katmandu, incluso soggiorno in hotel e pasti".
"Ah!", rispondo. Ed entro.
L'omino magro dell'ufficio informazioni, scriveva con scrittura isterica gli orari dei treni per Gorakphur, da dove avremmo dovuto prendere poi l'autobus per la frontiera Nepalese. Qualche giorno prima, al nostro arrivo, ci aveva gentilmente fornito una cartina di Varanasi e le prime informazioni di base sulla città. Ci aveva anche spontaneamente informato di fare attenzione a tutti i commercianti di falsa seta, e ci aveva indicato un negozio 'sicuro' perché autorizzato dal Governo Indiano.
Gli ho chiesto se esisteva un bus diretto per Katmandu. Mi risponde:
"Chi te l'ha detto, quel rik-shaw driver?". Bhè, sì·
"Non credete mai ai rik-shaw driver, e quell'autobus non esiste".
Non sapremo mai la verità, ma tanto noi preferivamo viaggiare in treno il più possibile.
Ed è stata una fortuna, in questa occasione.
Con il biglietto in mano, siamo partiti per Sarnat. Ma tra una cosa e l'altra, non siamo arrivati nel migliore degli orari: quasi mezzogiorno.
Le nuvole da pioggia, che ci erano sembrate una sfortuna per quella scampagnata, si erano diradate ed avevano lasciato il cielo ad un sole che ci guardava fisso sul cranio. Per la prima volta nel nostro soggiorno, faceva davvero caldo.
Forse per questa ragione, forse perché del buddismo non conosciamo nulla, forse perché siamo stati abituati alle rovine dell'antica Roma del Foro, Sarnat non ci ha impressionato.
Una 'strappa-biglietti' chiudeva solerte il cancello di ingresso dopo ogni persona anche se a soli tre metri si avvicinava un nuovo visitatore, forse per fare allenamento. Subito dopo, si stendeva un vasto prato inglese sorprendente sotto quel solleone, verde per la pioggia della notte. Immerse nel prato, delle rovine di varie epoche, ma in particolare di un monastero che ospitava circa 1500 monaci buddisti.
Durante una delle loro invasioni, un esercito mussulmano lo distrusse verso il 1200 e nessuno ne sentì più parlare finché nel 1800 un archeologo britannico non le ritrovò.
Per gli archeologi inglesi, l'India coloniale è stato un vero terreno da caccia al tesoro; e per l'India è stata una bella fortuna che fossero degli ordinati, scrupolosi inglesi ad aver effettuato i ritrovamenti.
Il parco offriva una pace inaspettata e piacevole dopo la caotica Varanasi; ma il sole a picco ci ha permesso solo di spostarci da una rarissima ombra ad un'altra per sedere e boccheggiare.
Oltre alle nostre orecchie ed i nostri polmoni, che ci sono stati grati per questa visita, è stato interessante scrutare per la prima volta dentro alle finestre del buddismo indiano.
Senza seguire i consigli dell'omino dell'ufficio informazioni della ferrovia, con Lenka siamo andati a comprare della seta, prodotto del quale Varanasi è la capitale. In particolare, Lenka voleva un sari e tutte varie le considerazioni legate al budget ed al risparmio sono andate a farsi benedire.
Anche in viaggio, un briciolo di vanità è un lusso cui non si può rinunciare.
Il negozio lo abbiamo trovato indicato in una guida, sperduto nella parte piò esterna di Varanasi, fatta di strade sufficientemente larghe per circolare in ciclo rik-shaw. E il proprietario è un eccellente venditore.
Infatti, è anche un eccellente dispensatore di perle di saggezza indiane. Dà veramente l'impressione di viverle, ma il recitare fa talmente parte degli indiani che è impossibile farsi un'opinione affidabile in poco tempo.
Le due che ricordo, recitano: "La vita è ciò che ti accade in realtà mentre pianifichi tutt'altre cose" e "La vita è come l'acqua, se cerchi di afferrarla non resta nulla in mano".
Abbiamo anche lungamente discusso dell'India conosciuta dai turisti, e la sua opinione è anche la mia.
"Gli indiani conosciuti dai turisti", ha sentenziato a gambe incrociate su un materasso bianco enorme (forse 3X5), con dinanzi a lui una montagna di sari magnifici, "sono il peggio del nostro paese." Ha ascoltato le sue parole, ed ha fatto un cenno con la testa per dire che era d'accordo con se stesso. Poi il suo pancione ha ricominciato a vibrare.
"Chi si avvicina ad un turista, è praticamente sempre qualcuno che ha interesse a vendere una cosa o l'altra, da lui o da un amico. Ed in genere, le persone che vivono in strada nei quartieri vecchi delle città e nelle zone trafficate dal turismo, sono povere. E quindi spesso sporche, ignoranti, comunque non rappresentative dell'India di oggi. Voi con chi parlate? Con chi porta un rik-shaw, con i commercianti,·". Non so se qui ha colto la mia occhiata che voleva dire: e tu, chi sei?
Ma il nostro interlocutore ha continuato col faccione serio di chi ha capito la vita (e forse è vero, forse no) : "·non certo le persone più rappresentative della popolazione indiana."
È vero, (anche se ci sarebbe da discutere su chi può mai essere rappresentativo della popolazione indiana). Quando la gente mi chiede il mio lavoro, infatti, ho smesso di dire che lavoro in banca perché sistematicamente fanno una faccia sorpresa, e mi dicono: "ma allora, devi essere ricco!".
Ormai, dico che lavoro nell'erboristeria di mamma, anche se una volta mi sono trovato alle strette con un tipo che di erbe ci capiva.
Non incontriamo i medici o gli ingegneri, per riuscire ad assumere i quali Bill Gates sta lottando con il parlamento americano per far alzare le quote di immigrazione restrittive. Né i fisici che hanno costruito la bomba atomica indiana.
L'aspetto frustrante di viaggiare, è la difficoltà di conoscere davvero il paese: non si ha uno spaccato della realtà sociale. Oppure bisognerebbe fare un più difficile 'turismo-giornalismo' come consigliato in qualche post fa dal mio amico Pino Grattoli: andare a parlare con gli operai della Tata o cercare di farmi dare un credito. Chi viaggia conosce un paese come un fiume che attraversa una valle: vede gli alberi lontano, ma tocca solo la terra melmosa che costituisce il suo letto.
Dopo averci venduto ciò che doveva venderci, mi sono anche fatto consigliare un paio di libri: se sarò mai di nuovo un commerciale, voglio essere come lui.
La sera prima di prendere il treno, siamo andati ad assistere all'arti celebrato sulle rive del Gange, al Dasashwamedh Ghat.
Le sere precedenti avevamo assistito a pezzettini di arti celebrati ovunque lungo la Ganga: da grandi celebrazioni ad un povero pujari che faceva le sue adorazioni di fronte a quattro o cinque spettatori disinteressati. Ma volevamo assistere da vicino alla cerimonia dell'arti principale della città, o 'maharti'.
Alcuni riflettori sparavano luce a giorno su sette altari perfettamente addobbati e coperti di bianco. Di fronte, sette piattaforme quadrate che ospitavano gli spettatori più vicini erano anche coperte di bianco. Con Lenka, eravamo seduti a gambe incrociate su una di queste piattaforme. Era come ad Herakan, anche se era tutto completamente diverso.
L'arti consisteva nell'offerta dei cinque elementi al fiume, ma era stato trasformato in un vero o proprio spettacolo sacro nel quale i giovanissimi pujari si muovevano lentamente ed all'unisono. Ma quello che ricordo di più della serata, sono le zanzare.
In vita mia, non ne ho mai viste così tante. L'ora era perfetta (le 6h30), il sole era appena tramontato, eravamo in riva al fiume sotto una forte luce, tutto era coperto di bianco. Tra noi due avevamo poggiato su un fianco la bottiglia d'acqua che ci portavamo sempre dietro. Ebbene, c'erano così tante zanzare che, dopo aver fatto rotolare la bottiglia per mezzo giro in avanti ed indietro, ne avevo uccise cinque!
Con Lenka ci eravamo guardati in faccia appena la nuvola di insetti si era posata sul pubblico: al primo pizzico, via! Eppure, e non mi spiego come ciò sia stato possibile, dopo aver assistito per tre quarti d'ora all'arti, siamo andati via senza un solo pizzico.
Le migliaia di zanzare ferme tra la folla a guardare il maharti invece di mangiare, sono state per me il Miracolo di Varanasi.
Ma Varanasi non è solo grandi manifestazioni o grandi folle. Un giorno, in un cortile interno in cui eravamo entrati per ristorarci ad un caffè che prometteva ombra e quiete, abbiamo visto un piccolo templio di pietra deliziosamente intagliata. Ci siamo avvicinati. Era un templio dedicato a Kali, accanto al quale c'era un templio più piccolo con un enorme lingam di Shiva ben decorato da fiori e disegni.
Al suo interno, silenzioso, un anziano signore faceva la puja con accanto una ragazza che leggeva in silenzio dei versi sacri. Da fuori, con Lenka abbiamo seguito tutta la cerimonia. Alla fine, l'anziano pujari è venuto da noi, ci ha disegnato una quasi invisibile chandan in modo assorto, come era solito fare Gorari. Non ha insistito con i soldi, e ci ha dato un prasad che consisteva in due mandorle ed un pezzettino di noce. Un momento che mi ha toccato mille volte di più della confusione dei grandi templi.
In quel silenzio ed in quella intimità, ho trovato anch'io il mio templio a Varanasi.
La spina dorsale di Varanasi è lungo la riva sinistra del Gange, ed il fiume ne è il midollo stesso. In quel punto, esso compie una lenta, regolare cuva che sembra voler avvolgere il sole quando sorge ad est, come una circonferenza farebbe attorno al suo centro. E la città ne asseconda la traiettoria con templi e con palazzi magnifici e decrepiti, appartenenti a vari marajà di tutta l'India, conversi nei secoli per inchinarsi tutti a quel tratto di fiume, alla Madre Ganga.
In questo periodo dell'anno, la Ganga è ridotta ad un fiume dalle dimensioni europee, ma l'immensa spiaggia bianca dalla parte opposta della città testimonia quanto essa possa misurare quando i monsoni annuali la gonfiano
SMALL LINGAMS OF SHIVA
. Oltre la spiaggia, strana eccezione per una città millenaria sul bordo di un fiume, si vede solo campagna. È il lato 'impuro'.Le grandi costruzioni sul fiume, per non affogare durante le piene, si trovano molto più in alto rispetto al suo attuale livello. Viste dalla riva, queste si trovano alte a strapiombo come se fossero rocce frastagliate a ridosso di una valle. Tra esse, scendono ripide, strette e lunghe scalinate. Come fossero torrenti tra le rocce, le scalinate si aprono appena superati i palazzi, si congiungono e si confondono. Proprio come se seguisse un greto irregolare, questa immensa scalinata larga come la città, ossia 5 chilometri, si spezzetta e si orienta senza logica nelle varie direzioni, si apre in piazzali per cadere a strapiombo, cambia ripidità. Finchè non entra nel fiume.
Verso l'interno, in stridente contrasto con la grandezza delle costruzioni sul fiume e con la vista a perdita d'occhio, la città diventa immediatamente un dedalo di ruelle così strette che a volte un passante si deve schiacciare contro il muro se incrocia una mucca, e che del cielo resta solo una striscia di azzurro dopo due o tre piani di case. Sono i 'chwok', quartieri talvolta pullulanti di negozietti e di gente, talvolta vuoti, tanto pittoreschi da visitare quanto (certamente) duri da vivere
AT THE GHATS
. Ovviamente ci sono templi ovunque, di tutte le dimensioni. Quasi tutti gli alberi, soprattutto se sono 'fichi bengalesi', sono riveriti come sacri: colorati, circondati da muri per farne un templio, la base coperta di cemento, circondati da palazzi. E spesso, guardacaso, secchi.
Soprattutto, dove meno te li aspetti, ad un angolo o attorno ad un templio, spuntano i 'lingam', simbolo di Shiva. Sono forse il tratto più caratteristico della città, grandi come un paracarro o minuscoli, tutti ovviamente sacri e riveriti.
Infatti, Varanasi è la città di Shiva; questo è il suo 'Vaticano'. Ma senza Papa.
Lungo il fiume
Alle 5h15, quando siamo usciti dall'hotel, era ancora buio. Eppure dopo poche centinaia di metri, ci abborda un tipo che con quella faccia avrebbe potuto vendere droga. Invece ci fa:
"boat?"
D'altronde, quasi tutti i turisti in giro a Varanasi a quell'ora hanno in programma un giro sul Gange. E quasi tutti sono accalappiati in pochi minuti.
Ho dovuto fare uno sforzo per dire "sì", perché alle 300 o 400 proposte giornaliere (dai rik shaw ai vienditori di colori) ci siamo abituati a dire "no" in automatico.
Dopo pochi minuti, nella luce crescente che precede l'alba, eravamo abbracciati in mezzo al Gange, avvolti in una coperta
WOOD FOR BURNING
. Ogni tanto si sentiva il motore di una barca con una tonnellata di turisti, oppure l' "Achhh-spuu!" del barcaiolo che sputava in acqua il suo tabacco da masticare; ma in generale era tutto quieto e magico, ritmato dal battere dei remi in acqua. Il sole si è visto dal suo primo spuntare, una piccola curva arancio tra gli alberi all'orizzonte. Il barcaiolo ha smesso di remare per salutarlo con le mani giunte.
Man mano che ci avvicinavamo al Ghat principale, il fiume si faceva sempre più affollato. Alcune barchettine agili cariche di oggetti inutili in vendita, attaccavano per fortuna i gruppi di turisti più folti. Abbiamo incrociato dei pescatori, poi dei monaci buddisti che facevano da guida ad alcuni giapponesi, poi un barcone enorme coperto con lenzuola bianche con sopra quattro turisti, poi una barca poco più grande della nostra ma con forse venti turisti· insomma, c'era di tutto nel fiume. Ma nulla rispetto a quello che c'era a terra.
Lungo i ghat, numerose di persone si avvicinavano all'acqua. Un anziano signore faceva esercizi di yoga, mentre poco sotto uomini in fila lavavano i panni sbatacchiandoli con forza (e a mio avviso, inutilmente) contro delle lastre di pietra a pelo d'acqua.
Affianco, dei ragazzi si lavavano i denti nell'acqua del Gange (che solo a guardarli non so che malattie mi sono preso), mentre appena dietro un uomo acquattato aveva tirato fuori il suo attrezzo e faceva pipì in un colatoio. Il colatoio scendeva tra chi lavava i denti ed i panni.
Un gruppo di sportivi, si era gettato in acqua e faceva la sua nuotata quotidiana (esiste un Varanasi swimming club!)
PREPARATION FOR PUGA
. I più forti, con bracciate vigorose sono arrivati fin sotto alla nostra barca per tirarsela; non ho avuto alcuna voglia di nuotare con loro. C'erano poi altri personaggi, che se li incontrassi in sogno sarei contento di svegliarmi. Con il volto dipinto, barba e capelli lunghi ed incolti, vestiti di un panno arancione, scendevano lentamente le scalinate degli esseri che, ad uno sguardo più attento, abbiamo riconosciuto come degli uomini.
Si appoggiavano ad un tridente· sì sì, un tridente. Magri, sembravano la brutta copia di Nettuno della Fontana di Trevi. Quando si spogliavano, potevamo vedere che anche il corpo era dipinto, oppure velato di una polvere opaca (che abbiamo poi scoperto essere cenere). Entravano in acqua lentamente, compivano delle abluzioni rituali gettando l'acqua nelle quattro direzioni e offrendola al sole. I gesti erano intensi ed affascinanti.
E, per tre volte, bevevano l'acqua del fiume.
Anche se è uno dei fiumi più inquinati al mondo, quell'acqua è purificatrice per l'anima e lava via tutti i peccati. Devono essere peccati belli incrostati, se per lavarli serve quell'acqua lì·
E poi tanti sari colorati di donne che salivano e scendevano le gradinate per i riti, per le offerte, per lavarsi
VENICE?
. Una folla sempre più intensa con il crescere del giorno, variopinta, viva.A qualche decina di metri, uno spazio tetro sembrava non appartenere a quella stessa città, tanto era vuoto, grigio e fumoso. Si trattava di uno dei due 'Burning Ghat' di Varanasi, dove i corpi di migliaia di indiani defunti vengono ridotti in cenere. C'è sempre una cremazione in corso, le pire ardono tutto il giorno e la notte. Anche in quel momento ne bruciava una.
Occorrono 350 chili di legna e oltre 3 ore per bruciare un corpo. Non tutti ne hanno i mezzi, ed allora sul bordo del fiume c'è anche un crematorium a gas.
"No good" ci dice il barcaiolo nell'indicarcelo, con una smorfia che gli scopre i denti rossi di tabacco. Sul bordo del Gange, per liberare la propria anima, è più efficace farsi cremare a legna, meglio se di sandalo (2 euro al chilo, solo per i più ricchi).
Quindi vuol dire che chi si fa cremare 'a gas' è solo mezzo libero? O è libero uguale?
I corpi devono essere bruciati qui entro un giorno dal decesso per assicurarsi l'interruzione del ciclo delle nascite e delle morti in cui credono gli induisti
WASHING TIME IN VARANASI
. Attorno a queste credenze, esiste un business in stridente ottima salute ed è appunto quello del legname, in particolare attorno al 'burning ghat' principale: Manikarnika Ghat. Su tutto lo spazio del Ghat e agli inizi dei vicoli che vi giungono, ci sono cataste di tronchi enormi e bilance alte il doppio di me che stabiliscono il prezzo da pagare per la liberazione della propria anima. Il legname è portato a ciclo continuo da uomini scalzi che salgono senza problemi sulle cataste con una quarantina di chili da scaricare sulle spalle. Sotto i piedi devono aver stampato 'vero cuoio'; altro che Todd's, quella è la vera scarpa che respira!
I commercianti sono seduti, grassi e silenziosi, dietro una piccola vetrina a pochi metri dalla loro mercanzia, e guardano senza indifferenza i clienti arrivare.
Questi scendono le scale trasportati in barelle di bambù, spesso a passo di fanfara. Sono avvolti in sudario di seta rosso se era una donna, bianco se era un uomo oro se era una persona anziana di qualsiasi sesso.
I bimbi ed i sadhu non si cremano, si gettano nel Gange così come sono: sono già puri
SADHU WITH HIS TRIDENT
. Le salme vengono lavate nel fiume, poi disposte sulle pire di legna. È uno dei membri della famiglia che ha il compito iniziare la cremazione, mi pare il figlio maggiore. È completamente rasato in segno di devozione ('mundan') e di purezza, e veste soltanto di un panno bianco avvolto attorno al corpo, il colore del lutto. Gira cinque volte attorno alla pira con una torcia infiammata in mano, e poi appicca il fuoco.
Le ceneri (ed i pezzi non bruciati, per quelli che hanno meno soldi), vengono poi gettate nel fiume da una barca.
La cremazione delle salme dei credenti induisti, è il tratto caratteristico più forte di Varanasi. Nei nostri quattro giorni di permanenza, ci siamo fermati varie volte per qualche minuto dinanzi a questo· non so come dire· rito spettacolare?
Una volta, giravano in cerchio attorno ad una pira sei o sette uomini - non so perché, ma non ho mai visto donne partecipare ad una cerimonia funebre. Come al solito, il primo teneva una torcia di pagliericci intrecciati fittamente, e conduceva la triste danza ammantato di bianco
THE OTHER SIDE OF GANGA
. Da lontano, mi è sembrato che piangesse. Poi, ha dato fuoco. È una cerimonia che mi sembra quasi più dura della nostra sepoltura. Infatti il corpo della persona amata deve essere distrutto, e per mano dello stesso figlio. Inoltre, non lascia il tempo di piangere, visto che deve essere fatto in 24 ore e ci sono tante cose da organizzare. Non ultimo il trasporto: vengono qui da tutta l'India (anche se molti arrivano a Varanasi prima di morire per rendere ancora più certa la propria non-rinascita).
Ma non provavo tristezza per quel singolo dramma, non c'era lo spazio. Attorno c'erano altre due o tre pire che bruciavano, mentre, una salma era in acqua per essere lavata ed un'altra, avvolta nel sudario, era trasportata giù lungo il ghat. Era una catena ininterrotta.
La morte quindi ci appariva per quello che è: una cosa normale. C'era un altro sentimento in me più pesante della tristezza ma meno drammatico, che era legato alla consapevolezza, in quel momento, della ineluttabilità della morte e della sua normalità.
Mi pareva che questo fosse un sentimento comune tra la piccola folla assiepata sui gradini, silenziosa, spesso le mani giunte tra le gambe
no comment
. Molti probabilmente attendevano che la pira sulla quale bruciava il corpo di un loro caro terminasse il proprio lavoro. Alcuni, erano vestiti in bianco. Forse, vedere altri lutti accanto al proprio, gli alleggeriva il cuore. Non c'erano persone che piangevano, soprattutto c'era un clima di rispetto.
Una sera dopo il tramonto, mi sono seduto poco distante dall'altro 'burning ghat', più piccolo ma - pare - più antico: Harishandra Ghat. Solo una pira bruciava, ed attorno c'era un piccolo gruppo di cinque o sei uomini soli nel loro dramma. Poco lontano due tori facevano a cornate, la gente passeggiava attaccata dai venditori di 'candele galleggianti', le barche passavano, alcuni cani frugavano tra i resti delle pire fumanti ed ogni tanto trovavano qualcosa da mangiare (non oso pensare che cosa, non mi pare una cosa possibile).
Ancora una volta, la morte era uno degli spettacoli che la vita offriva, mentre gli altri attorno continuavano.
Per imparare a morire, bisognerebbe venire in India.
Ma torniamo al nostro giro in barca, ormai eravamo quasi arrivati
FROM THE MORNING BOAT
. Oltre a tutto quello di cui ho detto, ci sono tante altre cose che finiscono nel fiume: i fiori, le candele lasciate alla corrente in barchettine fatte di foglie, varie cose da mangiare offerte alle divinità e poi· ah, sì, altre cosucce. Ci finiscono le fogne della città (750 000 persone!) e le acque utilizzate per irrigare i campi (non credo siano coltivazioni bio-dinamiche).
Scusate, ma non posso fare a meno di pensare a quelli che si lavano i denti - a scelta con uno spazzolino, con le dita o con un bastoncino di legno.
Io dico, passi bagnarsi e bere l'acqua: non discuto la fede degli induisti.
Ma lavarsi i denti! Veramente, allora, le centinaia di persone che ho visto non hanno un filo di uno straccio di senso del sudicio.
I loro anticorpi, saranno peggio di Swrtznegger! Immagino i bacilli entrare in massa in quelle bocche, e trovarsi di fronte dei Terminator. E poi, immagino un bacillo povero e sperduto, che passa per caso vicino ad un occidentale · e lo riduce come una pezza con un'occhiata (come è capitato a noi).
THE DAY HAS ARRIVED
Il barcaiolo ha accostato e siamo scesi. Eravamo al centro della città, e saremmo tornati verso il nostro hotel ad Assi Ghat, dal nome di un minuscolo affluente del Gange. Varanasi, prende nome da un affluente più a nord, il Varuna, e dall'Assi, che ne definiscono i confini.
Ci siamo così trovati a passare tra quella folla assurda e disparata. C'erano, chissà perché, soprattutto donne.
Quelle che entravano in acqua, si spogliavano del sari coprendo malamente il seno, il che è assurdo se penso a tutte le regole del coprirsi che ci sono.
Queste regole sono strettissime. Eppure, i sari sono abiti sensualissimi oltre che magnifici, perché lasciano tutta la pancia scoperta fino sotto al seno, e talvolta (raramente) ne lasciano intravedere la parte bassa (che non esiste abbigliamento più provocante!). Però è impensabile di vedere un pezzettino di gamba sopra il ginocchio di una donna: gli indiani verrebbero dalle valli vicine a guardare l'evento.
Ed una donna che si bagna, deve utilizzare una sottoveste che, dal collo, le copre fino sotto i polpacci
WHO IS MISSING?
. Allora, è tutto normale. Che poi quella sottoveste bagnata diventa aderente, e si vede tutto come immaginate, non fa notizia. Per fortuna la maggior parte delle donne erano di mezza età, altrimenti ci sarebbe scappata una litigata con mia moglie, di quelle tipo: "l'hai guardata", "No, ma figurati, guardavo il folklore", "sei uno stronzo come tutti gli uomini" , "ma no, per gli uomini è normale", eccetera eccetera. Un noto ed approfondito effetto collaterale della monogamia.
Le famiglie nel fiume, spesso con i bambini, si schizzavano l'acqua come facessero il bagno al mare tra un rito e l'altro. Gli unici che non scherzavano erano i minacciosi e barbuti 'sadhu', che non so dove avessero lasciato il tridente; tutti li guardavano con una certa reverenza come fossero stati preti di campagna in giro per il paesino. I bufali d'acqua, loro si facevano strada tra la folla senza problemi, con quella faccia da "scanzati o ti sfondo".
Presso il Main Ghat, o Dasashwamedh Ghat, ci siamo fermati ad osservare delle donne che facevano le loro offerte al fiume. Nei bei sari, erano accucciate sui talloni sull'ultimo gradino prima dell'acqua
PRAYER TIME
. Recitavano preghiere mentre con le mani mescolavano fiori, essenze profumate, monete, candele, incenso. Ed infine gettavano tutto in acqua: fiori, candele, incenso, soldi· ehi! I soldi! Neanche il tempo di cadere in acqua, le monete venivano acchiappate da lestissimi ragazzini con potenti calamite appese in fondo ad una cordicella, in piedi a forse 40 centimetri dal naso delle signore assorte in preghiera. Ogni volta che delle monete cadevano, l'acqua si muoveva come quando, nei film, si vedono dei coccodrilli mangiare una persona. Alcune volte, con uno sghignazzo i ragazzini rubavano le monete dal gradino prima che fossero spinte in acqua.
Mi ha sorpreso la loro sfacciataggine, ma questa si trova anche in Italia. Molto di più, mi ha colpito l'imperturbabilità delle signore in preghiera. Queste donne venivano da chissà quanti chilometri, magari per proferire una volta nella vita una preghiera particolare (magari, invece, erano di Varanasi: chissà!) e dei ladruncoli sembravano rovinare tutto come vermi in una ciliegia.
Invece, le donne mangiavano la ciliegia senza pensare al verme (come zia Giuliana). Come dire, facevano la loro offerta, poi se il fiume accettava di far prendere quei soldi, che facesse
THE CROWDS AT MAIN GHAT
. Se i ragazzini non temevano un possibile cattivo 'karma' (più o meno, un cattivo 'destino'), era affar loro. Questo è forse l'aspetto che più mi ha colpito dell'India, che provo a riassumere così: tutti si fanno gli affari loro.
Lungo le piattaforme, sotto ombrelli in cemento, stavano seduti dei tipi da bisca (per la maggior parte). Erano 'commercianti di spirito', che si fanno pagare per recitare preghiere e riti o semplicemente per una chandan. E c'è da contrattare.
C'era un signore indiano che, col volto in una smorfia di sofferenza, aveva l'aria di dire al suo aguzzino spirituale:
"Ma no, ti ho dato tanto, non mi resta nulla".
L'altro contava le 700 rupie in mano, e pareva rispondergli:
"Ancora, nell'altra tasca"
Ed il cliente vuotava quella tasca, e tirava fuori 50 rupie di più. Un 'compare commerciante', da dietro la schiena del cliente, ha fatto quel gesto in avanti col capo ed ha strizzato gli occhi in quel modo che, in tutte le lingue, vuol dire: "bell'affare, ah? Pesca fortunata stamane·"
Ho provato rabbia per l'arroganza dell'uno e pena per la debolezza dell'altro, che quasi intervenivo (in che lingua, poi? Sai che ridere·).
Ma questa è l'India e probabilmente entrambe recitavano una parte
MAX HAS FOUND HIS TEMPLE
. Forse la vittima era uno straricco? Forse se non avesse dato tanto, non avrebbe poi potuto credere nella 'Grazia', e quindi non l'avrebbe ricevuta? La regola generale in India, è che non si sa mai. Così sono andato via, con un pizzico in più di quella indifferenza che vedo qui nella gente, perché semplicemente non so.
C'erano poi coloratissimi banchetti di fiori da offrire al fiume, pujari che compivano i riti mattutini nelle decine di templi lungo i ghat, ragazzi che cercavano di abbordare turisti per chissà quale frode. Ma la grande massa, erano donne venute lì per pregare, ed erano le vibrazioni della loro fede che si sentivano nell'aria ormai già calda.
A mano a mano che ci allontanavamo dal centro, le gradinate diventavano più vuote. Così, i gesti dei devoti erano più intimi, tanto che trovavo difficile utilizzare la macchina fotografica.
Finchè ci siamo trovati soli col fiume.
Le rue di Varanasi.
L'altro volto di Varanasi, è quello delle sue stradine interne. I templi sono seminati ovunque, più che a Roma le chiese (anche se si considerano tutte le Madonne agli angoli delle strade).
Il templio più conosciuto di Varanasi, si trova in pieno centro sommerso tra le case strette: il Kashi Vishvanat Temple o Golden Temple (nome dovuto alla sua cupola rivestita di oro).
Dalla larga strada principale, un cartello indicava per andare verso il templio: una ruella piccola ed affollata. Lenka ed io abbiamo guardato la stradina con sospetto, ma dopo un secondo l'abbiamo presa senza esitare.
Siamo andati avanti per alcune centinaia di metri, mentre ci strusciavamo alle persone avanti, dietro e di lato per poter avanzare. Le mucche, loro riuscivano a farsi strada senza troppe difficoltà con gli stessi argomenti dei bufali d'acqua di prima. Ma io non potevo fare altrettanto: non avevo le corna. O almeno· va bhè, questo è un altro discorso.
In quel casino, degli operai cercavano di tirar su tre cavi elettrici dall'aria molto pesante, con l'aiuto di una sola scala di bambù. Per gaurdare per aria, ho posato il mio piedino in ciabattina accanto ad una merda di dimensioni cosmiche (già pestata da qualcun altro).
Varie curve a gomito, non permettevano di vedere un'uscita da nessun lato e le strade laterali erano poche.
Abbiamo individuato immediatamente l'ingresso del Golden Temple per la presenza di un'intera pattuglia dell'esercito che filtrava l'ingresso dentro un arco buio.
Lenka aveva già sufficientemente una sensazione di claustrofobia da folla, e ha deciso di aspettarmi fuori in una strada più defilata, nonostante gli sguardi degli uomini indiani avrebbero raddoppiato di intensità senza di me. Io mi sono infilato nell'ingresso buio profondo una ventina di metri, dopo due perquisizioni (con la barba sembro forse un talebano tinto?).
In fondo si scorgeva un edificio bianco e tanta luce; ed un uomo armato di mitra che mi puntava da dietro ad un muro di sacchi di sabbia. Ed al buio non vedeva neppure il colore di barba e capelli· Non è che mi sentissi molto al sicuro.
Quell'edificio bianco, che si incontra per accedere al principale templio indù di Varanasi, è (ironia della sorte) la moschea principale di Varanasi, Gyanvapi Masid. È grande e bianca, completamente circondata da un'alta barriera fatta da fitti pali di ferro sormontati da una generosa dose di filo spinato. Un'impalcatura sorreggeva uno sgabiozzo di ferro dal quale un militare armato ed attento sorvegliava la situazione da una ventina di metri di altezza.
Manco a dirlo, l'accesso alla moschea non è consentito ai visitatori.
Ho circumnavigato la moschea, mentre vari commercianti di fiori per le offerte al templio mi imponevano di lasciare le scarpe in loro custodia e comprare i fiori (che non ho fatto). Dall'altra parte, ho subìto una nuova doppia perquisizione, poi ho preso un porticato, poi sono tornato indietro per una stradina minuscola costeggiata da lingam dove un militare mi ha detto che potevo tenere le scarpe e quello dopo me le ha fatte togliere, ed infine sono sbucato di nuovo sotto il porticato.
Non so se si è capito: mi ero perso.
Poi un altro militare (dico, pareva di essere in una caserma!) mi ha indicato una strada affollata poco lontano, che credevo fosse l'uscita e che invece era la strada giusta.
Se in una vita passata sono stato guida alpina, sono di certo morto disperso.
Finalmente ero all'ingresso del templio; ma ho indugiato un po' troppo ed un militare con i baffi grigi e quindi probabilmente alto in grado si è avvicinato.
"Di dove sei". Gli rispondo.
"Passaporto". Ce lo aveva Lenka fuori con tutti gli zaini, visto che dentro non si poteva portare nulla di nulla.
"Allora vai lì dentro". In un locale umido dietro alla fila di venditori di fiori, da dietro un largo tavolino un altro militare, più giovane ed ancora più sgorbutico, mi ha lanciato un quaderno. Era pieno di nomi ed indirizzi scritti a casaccio. Mi ha indicato un ritaglio di spazio in una pagina barrata a penna.
Gli scrivo nome ed indirizzo.
"OK, vai." Mi fa.
Ma che ci fanno con un nome ed indirizzo di uno che non gli ha fatto vedere il passaporto?
Insomma, lascio le ciabatte ed entro.
In Europa, ci aspettiamo che i templi importanti delle città importanti siano costruzioni imponenti. Quello invece era di piccole dimensioni: perché una cosa sia tanto sacra, non deve essere tanto grande.
Ed è la dimensione la prima cosa che mi ha colpito.
La seconda, è stata la folla. È vero che una cosa tanto sacra non deve essere tanto grande, ma poi il problema è che ci va tanta gente. E fa tante offerte.
Infatti, la terza cosa che ho notato era un odore umido e poco gradevole di fiori e cibo. Venivano da dentro il templio principale, sotto la cupola ricoperta d'oro. Era una stanza forse 5X5. In un angolo, c'era una vasca quadrata circa 2X2, con al centro un lingam nero. Il lingam, sembrava galleggiare in un liquido nel quale il pujari e la gente attorno versavano latte, acqua, cibo, fiori. Il pujari, poi, prendeva i fiori e li donava. Oppure distribuiva il 'prasad'.
Scordatevi i prasad di Gorari: a varanasi sono delle pappettine liquide e fredde con non so cosa dentro. Sono rimasto qualche secondo di troppo ad osservare, ed un militare si è avvicinato.
"Ci risiamo", mi sono detto. Ma questo voleva solo fare due chiacchiere, come le decine di indiani che ci abbordano in treno per il piacere di parlare con uno dalla faccia diversa. Poi mi ha detto:
"fatti fare la chandan". Ho esitato, ho detto che non avevo soldi da offrire, tanto non la volevo. Ovviamente è stato inutile. Ha parlato col pujari che mi ha chiesto di avvicinarmi, mi ha acchiappato la testa e mi ha spalmato della roba tra gli occhi. Poi ha preso una collana di fiori immersa nella vasca e me l'ha messa attorno al collo. Infine ha provato a darmi del prasad, ma mi ha fatto così schifo che ho rifiutato.
I fiori erano tipo garofani, di quelli che si inzuppano come i Colussi. La mia 'kurta' (una specie di grembiale, bello e molto indiano) era decisamente stata benedetta da quel liquido sacro e marcescente.
Ho ringraziato il mio amico militare e sono uscito per togliere immediatamente i fiori da attorno al collo.
Avrete capito perché il pavimento di marmo era coperto d'acqua, e la sensazione era quella sgradevole che si prova quando si cammina scalzi negli spogliatoi della piscina.
Di fronte al templio principale ce n'è un secondo che fa da contraltare e che si trova dentro il medesimo piccolo edificio il quale, torno torno, è circondato da decine e decine di lingam dalle proporzioni più diverse e posti in modo assolutamente irregolare, mi è sembrato a casaccio (ma sicuramente non è stato così). Esterni, ci sono altri quattro templi agli angoli, come fossero bastioni a protezione di uno dei cuori sacri di Varanasi.
In ognuno di questi il pujari preposto mi ha acchiappato e mi ha spalmato roba in fronte. Poi, presso un'altra vasca con un lingam, un pujari mi ha preso la mano, me l'ha messa sul lingam, mi ha sbattuto su fronte e capelli una pasta grigia colla mano come fosse una cazzuola, mi ha fatto ripetere invocazioni in sanscrito per almeno un minuto di orologio, ha preso un'altra collana di fiori da dentro la vasca piena di liquido opaco e me l'ha messa attorno al collo.
"E che cazzo!" , ha esclamato la mia kurta. Ho tolto anche la seconda collana, ed assieme all'altra l'ho posata con devozione sul dorso della statua di marmo di Nandu, il toro cavalcato da Shiva come fosse una moto: per spostarsi in modo rapido, veloce e probabilmente divertente.
Rispetto alle nostre chiese, imponenti musei sacri, il Golden Temple mi sembrava non meritare la sua reputazione. I gesti frettolosi dei pujari indaffaratissimi mi sono parsi vuoti. La folla brulicante, gli odori e la confusione mi hanno completamente distratto dalla predisposizione a percepire qualsiasi cosa di sacro. Eppoi, soprattutto, non sono induista: la maggior parte dei presenti erano fortemente e sinceramente devoti a quelle 'murti' ed a quei lingam.
Sono tornato indietro per la stessa strada, e mentre camminavo attorno alla moschea e le scimmie si facevano beffe dei militari, mi sono detto che questo isolato rappresenta la situazione dell'India oggi: mussulmani ed indù costretti a vivere fianco a fianco, ma in fondo nella diffidenza. E con la comunità mussulmana chiusa a riccio per paura.
Nel frattempo, fuori Lenka era sul bordo di una crisi di nervi (senza accorgermene, era passata mezz'ora) per tutti gli uomini che la fissavano come fosse un animale allo zoo, per le bocche piene di saliva rossa che le sorridevano, per gli sputi a terra, per la sporcizia, per la folla. L'India non è un paese facile per le donne che viaggiano sole·
In altre diverse occasioni abbiamo visitato le ruelle degli estesissimi 'chwok' di Varanasi. In particolare, una sera rientravamo sui ghat verso l'hotel e Lenka desiderava comprare della pasticceria (non so come farà in Europa senza i dolci indiani). Allora abbiamo tagliato verso l'interno per una viuzza ignota. Era buio, ma sapevamo che quella zona di Varanasi è assolutamente sicura.
Un conto è saperlo, un conto è camminare per vicoli bui larghi un metro e mezzo. Siamo passati accanto ad un paio di stalle con una decina di mucche che rientravano con la notte. Con un salto all'indietro ho parzialmente evitato gli schizzi di un vitello con la diarrea.
Piccoli templi nascosti che sembravano molto belli, erano misteriosi ed affascinanti profilati contro il cielo notturno. Da dentro gli appartamenti che davano sulla strada con le porte aperte, ci arrivavano immagini del povero quotidiano degli abitanti.
Abbiamo camminato per mezz'ora, quasi sempre in vicoli isolati; e non ci piaceva più molto. Come la campanella durante l'interrogazione, ci ha salvati il rumore selvaggio del traffico della strada. Lo abbiamo seguito, forse per la prima volta con piacere, per trovarci proprio di fronte alla pasticceria! Che fortuna!
Ma tanto, quei dolci non li avremmo mangiati·
Altro a Varanasi.
Una giornata del nostro soggiorno, l'abbiamo dedicata alla visita a Sarnat, ad una decina di chilometri da Varanasi, dove Gautama Buddha ha pronunciato il suo primo sermone ai primi cinque seguaci 2500 anni fa.
Un altro luogo così sacro ad un'altra religione e così vicino. Così è l'India.
Poiché quel mattino pioveva, Lenka ed io abbiamo preferito ritardare la partenza e siamo passati prima a comperare il biglietto del treno verso il Nepal.
Lenka è entrata nell'ufficio informazioni della stazione ed io mi accingevo a farlo quando il nostro rik-shaw driver si avvicina.
"Attenzione a quello che vi dicono là dentro! Con la scusa che sono un ufficio informazioni, vi dicono bugie ed alla fine cercano di mandarvi nei negozio convenzionati con loro· e prendono commissioni enormi!" , mi dice con un misto di invidia e di orrore Bablu, che è stato il nostro accompagnatore per gli spostamenti a Varanasi.
Gli ho promesso con la faccia seria che avrei fatto attenzione. E lui ha aggiunto:
"Poi non dicono mai che il modo più comodo per andare in Nepal da Varanasi è con un luxory bus che parte ogni giorno e con 600 rupie vi porta fino a Katmandu, incluso soggiorno in hotel e pasti".
"Ah!", rispondo. Ed entro.
L'omino magro dell'ufficio informazioni, scriveva con scrittura isterica gli orari dei treni per Gorakphur, da dove avremmo dovuto prendere poi l'autobus per la frontiera Nepalese. Qualche giorno prima, al nostro arrivo, ci aveva gentilmente fornito una cartina di Varanasi e le prime informazioni di base sulla città. Ci aveva anche spontaneamente informato di fare attenzione a tutti i commercianti di falsa seta, e ci aveva indicato un negozio 'sicuro' perché autorizzato dal Governo Indiano.
Gli ho chiesto se esisteva un bus diretto per Katmandu. Mi risponde:
"Chi te l'ha detto, quel rik-shaw driver?". Bhè, sì·
"Non credete mai ai rik-shaw driver, e quell'autobus non esiste".
Non sapremo mai la verità, ma tanto noi preferivamo viaggiare in treno il più possibile.
Ed è stata una fortuna, in questa occasione.
Con il biglietto in mano, siamo partiti per Sarnat. Ma tra una cosa e l'altra, non siamo arrivati nel migliore degli orari: quasi mezzogiorno.
Le nuvole da pioggia, che ci erano sembrate una sfortuna per quella scampagnata, si erano diradate ed avevano lasciato il cielo ad un sole che ci guardava fisso sul cranio. Per la prima volta nel nostro soggiorno, faceva davvero caldo.
Forse per questa ragione, forse perché del buddismo non conosciamo nulla, forse perché siamo stati abituati alle rovine dell'antica Roma del Foro, Sarnat non ci ha impressionato.
Una 'strappa-biglietti' chiudeva solerte il cancello di ingresso dopo ogni persona anche se a soli tre metri si avvicinava un nuovo visitatore, forse per fare allenamento. Subito dopo, si stendeva un vasto prato inglese sorprendente sotto quel solleone, verde per la pioggia della notte. Immerse nel prato, delle rovine di varie epoche, ma in particolare di un monastero che ospitava circa 1500 monaci buddisti.
Durante una delle loro invasioni, un esercito mussulmano lo distrusse verso il 1200 e nessuno ne sentì più parlare finché nel 1800 un archeologo britannico non le ritrovò.
Per gli archeologi inglesi, l'India coloniale è stato un vero terreno da caccia al tesoro; e per l'India è stata una bella fortuna che fossero degli ordinati, scrupolosi inglesi ad aver effettuato i ritrovamenti.
Il parco offriva una pace inaspettata e piacevole dopo la caotica Varanasi; ma il sole a picco ci ha permesso solo di spostarci da una rarissima ombra ad un'altra per sedere e boccheggiare.
Oltre alle nostre orecchie ed i nostri polmoni, che ci sono stati grati per questa visita, è stato interessante scrutare per la prima volta dentro alle finestre del buddismo indiano.
Senza seguire i consigli dell'omino dell'ufficio informazioni della ferrovia, con Lenka siamo andati a comprare della seta, prodotto del quale Varanasi è la capitale. In particolare, Lenka voleva un sari e tutte varie le considerazioni legate al budget ed al risparmio sono andate a farsi benedire.
Anche in viaggio, un briciolo di vanità è un lusso cui non si può rinunciare.
Il negozio lo abbiamo trovato indicato in una guida, sperduto nella parte piò esterna di Varanasi, fatta di strade sufficientemente larghe per circolare in ciclo rik-shaw. E il proprietario è un eccellente venditore.
Infatti, è anche un eccellente dispensatore di perle di saggezza indiane. Dà veramente l'impressione di viverle, ma il recitare fa talmente parte degli indiani che è impossibile farsi un'opinione affidabile in poco tempo.
Le due che ricordo, recitano: "La vita è ciò che ti accade in realtà mentre pianifichi tutt'altre cose" e "La vita è come l'acqua, se cerchi di afferrarla non resta nulla in mano".
Abbiamo anche lungamente discusso dell'India conosciuta dai turisti, e la sua opinione è anche la mia.
"Gli indiani conosciuti dai turisti", ha sentenziato a gambe incrociate su un materasso bianco enorme (forse 3X5), con dinanzi a lui una montagna di sari magnifici, "sono il peggio del nostro paese." Ha ascoltato le sue parole, ed ha fatto un cenno con la testa per dire che era d'accordo con se stesso. Poi il suo pancione ha ricominciato a vibrare.
"Chi si avvicina ad un turista, è praticamente sempre qualcuno che ha interesse a vendere una cosa o l'altra, da lui o da un amico. Ed in genere, le persone che vivono in strada nei quartieri vecchi delle città e nelle zone trafficate dal turismo, sono povere. E quindi spesso sporche, ignoranti, comunque non rappresentative dell'India di oggi. Voi con chi parlate? Con chi porta un rik-shaw, con i commercianti,·". Non so se qui ha colto la mia occhiata che voleva dire: e tu, chi sei?
Ma il nostro interlocutore ha continuato col faccione serio di chi ha capito la vita (e forse è vero, forse no) : "·non certo le persone più rappresentative della popolazione indiana."
È vero, (anche se ci sarebbe da discutere su chi può mai essere rappresentativo della popolazione indiana). Quando la gente mi chiede il mio lavoro, infatti, ho smesso di dire che lavoro in banca perché sistematicamente fanno una faccia sorpresa, e mi dicono: "ma allora, devi essere ricco!".
Ormai, dico che lavoro nell'erboristeria di mamma, anche se una volta mi sono trovato alle strette con un tipo che di erbe ci capiva.
Non incontriamo i medici o gli ingegneri, per riuscire ad assumere i quali Bill Gates sta lottando con il parlamento americano per far alzare le quote di immigrazione restrittive. Né i fisici che hanno costruito la bomba atomica indiana.
L'aspetto frustrante di viaggiare, è la difficoltà di conoscere davvero il paese: non si ha uno spaccato della realtà sociale. Oppure bisognerebbe fare un più difficile 'turismo-giornalismo' come consigliato in qualche post fa dal mio amico Pino Grattoli: andare a parlare con gli operai della Tata o cercare di farmi dare un credito. Chi viaggia conosce un paese come un fiume che attraversa una valle: vede gli alberi lontano, ma tocca solo la terra melmosa che costituisce il suo letto.
Dopo averci venduto ciò che doveva venderci, mi sono anche fatto consigliare un paio di libri: se sarò mai di nuovo un commerciale, voglio essere come lui.
La sera prima di prendere il treno, siamo andati ad assistere all'arti celebrato sulle rive del Gange, al Dasashwamedh Ghat.
Le sere precedenti avevamo assistito a pezzettini di arti celebrati ovunque lungo la Ganga: da grandi celebrazioni ad un povero pujari che faceva le sue adorazioni di fronte a quattro o cinque spettatori disinteressati. Ma volevamo assistere da vicino alla cerimonia dell'arti principale della città, o 'maharti'.
Alcuni riflettori sparavano luce a giorno su sette altari perfettamente addobbati e coperti di bianco. Di fronte, sette piattaforme quadrate che ospitavano gli spettatori più vicini erano anche coperte di bianco. Con Lenka, eravamo seduti a gambe incrociate su una di queste piattaforme. Era come ad Herakan, anche se era tutto completamente diverso.
L'arti consisteva nell'offerta dei cinque elementi al fiume, ma era stato trasformato in un vero o proprio spettacolo sacro nel quale i giovanissimi pujari si muovevano lentamente ed all'unisono. Ma quello che ricordo di più della serata, sono le zanzare.
In vita mia, non ne ho mai viste così tante. L'ora era perfetta (le 6h30), il sole era appena tramontato, eravamo in riva al fiume sotto una forte luce, tutto era coperto di bianco. Tra noi due avevamo poggiato su un fianco la bottiglia d'acqua che ci portavamo sempre dietro. Ebbene, c'erano così tante zanzare che, dopo aver fatto rotolare la bottiglia per mezzo giro in avanti ed indietro, ne avevo uccise cinque!
Con Lenka ci eravamo guardati in faccia appena la nuvola di insetti si era posata sul pubblico: al primo pizzico, via! Eppure, e non mi spiego come ciò sia stato possibile, dopo aver assistito per tre quarti d'ora all'arti, siamo andati via senza un solo pizzico.
Le migliaia di zanzare ferme tra la folla a guardare il maharti invece di mangiare, sono state per me il Miracolo di Varanasi.
Ma Varanasi non è solo grandi manifestazioni o grandi folle. Un giorno, in un cortile interno in cui eravamo entrati per ristorarci ad un caffè che prometteva ombra e quiete, abbiamo visto un piccolo templio di pietra deliziosamente intagliata. Ci siamo avvicinati. Era un templio dedicato a Kali, accanto al quale c'era un templio più piccolo con un enorme lingam di Shiva ben decorato da fiori e disegni.
Al suo interno, silenzioso, un anziano signore faceva la puja con accanto una ragazza che leggeva in silenzio dei versi sacri. Da fuori, con Lenka abbiamo seguito tutta la cerimonia. Alla fine, l'anziano pujari è venuto da noi, ci ha disegnato una quasi invisibile chandan in modo assorto, come era solito fare Gorari. Non ha insistito con i soldi, e ci ha dato un prasad che consisteva in due mandorle ed un pezzettino di noce. Un momento che mi ha toccato mille volte di più della confusione dei grandi templi.
In quel silenzio ed in quella intimità, ho trovato anch'io il mio templio a Varanasi.

