La giornata ad Herakan

Trip Start Dec 30, 2007
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Saturday, February 16, 2008

Come in un monastero nostrano, la vita nell'ashram è scandita da ritmi precisi e ripetitivi.
Tolte infatti tutte le distrazioni e preoccupazioni della vita, i gesti coscienti ma fine a loro stessi, permettono pià facilmente di guardare quello che succede dentro al cuore, per esempio quando e perché siamo arrabbiati o tristi. Per poi tornare nel mondo reale con una maggior consapevolezza.
In una parola, per meglio conoscere se stessi, come suggerito da tutti tutti i grandi maestri. E chi non era al suo primo soggiorno, ci aveva giurato che funziona davvero.

Nell'ashram di Herakan, il primo rito del mattino è quello che tutti si ricordano e che viene in mente quando ti chiedono che cosa si fa qui.

"Ma come, il bagno nel fiume alle quattro del mattino?", aveva esclamato Lenka qualche settimana prima, quando avevamo scaricato da internet il programma della giornata.

Ebbene sì.

E quando, alla luce fioca della torcia, il primo mattino siamo sgusciati silenziosi dal nostro alloggio dopo una corta notte, il vento gelato scendeva lungo la valle e friggeva sui nostri corpi caldi e seminudi sotto l'accappatoio. Erano già le 4h30, ma anche altri erano in ritardo: italiani mica per niente...

Siamo passati accanto ai templi, dove una figura avvolta in un mantello arancione, silenziosa e scalza, lavava i pavimenti con gesti rapidi ed abituali. Subito dopo, i gradini scendevano inesorabimente verso il fiume, il cui rumore minacciava un freddo glaciale.

Abbiamo tolto gli accappatoi, i peli mi si sono rizzati al vento come la coda di un cane da punta, mentre altre parti si sono ritirate come le antenne di una lumaca. AT NIGHT
AT NIGHT
La luna crescente era già tramontata dietro alla collina, e le stelle splendevano.
Ma io, me ne fregavo delle stelle. Era freddo e buio pesto.

Dalla gettata di cemento, si poteva entrare nel fiume progressivamente. All'inizio, l'acqua arrivava alle caviglie, fino a toccare le spalle nel punto più profondo. Lenka ed io ci siamo bloccati con l'acqua sopra le mutande, inchiodati nella scelta tra l'acqua corrente ed il vento.

Entrare è stato come saltare da una roccia nel mare: paura prima, bello poi. L'acqua era gelida, ma una volta passato l'impatto il cervello si è calmato per alcuni secondi. Ed è là che ci siamo accorti che c'erano le stelle, che il nero della notte era romantico e misterioso, che l'acqua del fiume era pulita da bere.
Ci siamo baciati, abbiamo goduto dello scorrere dell'acqua attorno, poi il cervello ha acceso sirena e lampeggianti e ha gridato: "freddo cane! uscire ORA!"



Abbiamo incrociato Franco e Raffaella, che andavano verso l'acqua. Di Franco, si vedeva che era al suo primo soggiorno "spirituale", come noi d'altronde. Infatti, mentre le altre persone che avevamo incrociato erano silenziose ed assorte nei loro gesti come in una meditazione, e si lasciavano scappare al massimo un "Om Namah Shivaya", Franco ci ha apostrofato con una voce da pacca-sulla-spalla-al-bar:
"Minchia che freddo ragazzi! Com'è l'acqua?" . E mi ha fatto ridere, perché è quello che avrei chiesto anch'io. Li ho incoraggiati come potevo, ma si capiva che mentivo.

Miracolosamente, nel rientrare in camera non avevamo più freddo, e la camera era addirittura calda mentre appena alzati ci era parsa gelida. RIVER UNDER THE MOON
RIVER UNDER THE MOON
Tanto calda, che vestirsi è stato piacevole: è strano come funzionino i nostri sensi. L'elettricità era interrotta, ed al lume della candela ho acceso un incenso di sandalo.


Di fronte alla fila di templi, a ridosso della scarpata che finisce nel fiume, c'è una piccola struttura, forse due metri per due. È un "duni" anche questo, ma molto spartano: dentro ci stanno al massimo sette persone, sedute su delle stuoie bucate per i carboni ardenti sfuggiti al controllo e per lo strofinare sul pavimento irregolare fatto di fango e sterco.
Filippo, ogni mattina, si preoccupava di accendere il fuoco. Ormai erano quasi le cinque, e quando Lenka ed io siamo entrati, lui era già là con Jayanand. Erano in meditazione. Il loro volto disteso e gli occhi chiusi cambiavano colore alla luce irregolare delle fiamme basse, e le loro ombre oscillavano sul muro, animate dalla stessa forza che vive nel fuoco.

Filippo è uno psicoterapeuta che ha importato in Italia una tecnica di respirazione da ormai molto tempo e ne ha fatto una scuola: Rebhirtng Transpersonale. Per cui, non solo la sua passione, ma anche il suo lavoro ruotano attorno dalla ricerca personale profonda (che la si voglia chiamare o meno "spirituale"), al superamento di difficoltà psicologiche e fobie.

Al primo impatto, alla luce del fuoco, mi è sembrato ridicolo nel suo abbigliamento. Portava un cappello sopra un copritesta di lana traforata che scendeva fin sulle orecchie. Attraverso il piumino aperto e lo shalle di lana, si vedeva un vestito indiano marrone che gli rimbalzava sul pancione tondo. AFTER BATHING AT 4H30
AFTER BATHING AT 4H30
Era seduto a gambe incrociate, i piedi nudi sotto le ginocchia. Fra le dita della mano destra, nascosta in un sacchetto arancione appeso al collo, scorreva la sua "mala", un rosario indù usato per recitare il 'mantra'. Quello proposto da Babaji, è "Om Namah Shivaya".
Tuttavia, immobile, il volto disteso ed assorto, Filippo aveva una presenza ed un respiro tali che inducevano più facilmente anche gli altri alla meditazione. E che risuonavano con la presenza e la respirazione di Jayanand.

Filippo si è interrotto per parlarci di meditazione.
"Recitare sempre la stessa frase, che è poi un 'mantra' e quindi con una notevole potenza nel suo stesso suono, è il salvagente della mente. Infatti, aggrappati a lui è più facile smettere di pensare oppure accorgersi che si pensa e quindi osservare il pensiero stesso. Per essere ancora più concentrati, ad occhi chiusi si può immaginare l'immagine di un Dio, del proprio guru o di qualsiasi cosa rappresenti il sacro. In questo modo, i pensieri hanno vita più difficile e quindi affiorano automaticamente le sensazioni del qui ed ora: si sente immediatamente il suono del fiume, le sensazioni del corpo ed anche quelle nel cuore."
Poi precisa: "è molto difficile mantenere questo stato di concentrazione per lungo tempo, per esempio per tutta una mala", ossia per 108 ripetizioni del mantra. "Prova a contare i respiri in questo stato di concentrazione, e vedi a quanto arrivi. Tutti pensano di arrivare a numeri altissimi, ma la maggior parte arriva a 30 o 40, poi deve ricominciare!"

Ho provato, ed è vero che quando riuscivo a concentrare l'attenzione sul mantra e su un'immagine che per me rappresenta il sacro, emergeva il suono del fiume e mi rendevo conto che esisteva e che era là. FILIPPO AND GORARI
FILIPPO AND GORARI

Ciò che accade attorno, emerge alla nostra attenzione togliendo i pensieri, come il silenzio emerge togliendo i rumori.

Ma durava un istante.

Immediatamente mi passava per la testa qualcosa, e dovevo ricominciare a provare e a concentrarmi su questa frase ripetuta, questo mantra, e su un'immagine. Per nulla facile.

Oppure arrivava un'ondata di stanchezza e la punta del mio naso cadeva in picchiata per alcuni centimetri. Filippo mi diceva che non faceva nulla se si sentiva arrivare una sensazione di sonno, perché il sonno è uno stato meditativo profondo se si mantiene la consapevolezza che si sta dormendo.
"Una forma di meditazione utilizzata" ha aggiunto, "è quella di addormentarsi nella consapevolezza di dormire, quindi sognare nella consapevolezza di sognare e far variare il proprio sogno in modo consapevole. Per esempio, sognare un angelo e dirsi che, siccome sogni e puoi fare ciò che vuoi, ti puoi trasformare in quell'angelo."

In rare occasioni mi è capitato di "pilotare" il mio sogno, ed è stato bellissimo. Ma lì nel duni, riprendevo coscienza che ero tutto piegato in avanti, in una posizione ridicola accanto a gli altri due belli presenti sulla schiena. Mancava solo che mi uscisse il palloncino dal naso.

Lenka era nell'angolo con le ginocchia raccolte contro il petto. Anche se tecnicamente forse non avrebbe potuto essere presente in quel luogo né nei templi per le ragioni citate sopra, aveva deciso di reagire a modo suo alla situazione: avrebbe fatto almeno una volta ognuna delle cerimonie, per avere un'idea di che cosa si trattava in quello strano posto pieno di gente strana. FRANCO AND MAX UNDER BELLS
FRANCO AND MAX UNDER BELLS

Ed ho provato orgoglio misto a felicità quando ho visto che, nella penombra del fuoco, chiudeva gli occhi e provava a concentrarsi.

Nel frattempo il duni si era riempito. E, dopo forse un'ora dal nostro arrivo, una voce è risuonata poco lontano: "Chandan!".

Lenka ed io abbiamo seguito gli altri, che uscivano alla spicciolata per mettersi in fila dinanzi al primo dei nove templi. In piedi, c'era una figura piccola, forse un metro e mezzo, la stessa che nel cuore della notte si occupava di lavare i templi e di vestire e curare le statue sacre al loro interno (le "murti"). Aveva i capelli rasta raccolti sopra la nuca. Ognuno si è inginocchiato accanto a lui e gli ha porto la fronte.

Gorari, questo è il suo nome, intingeva le dita in alcune scodelle e prima faceva tre righe orizzontali gialle sulla fronte, poi un puntino in mezzo agli occhi con il giallo, il rosso e alcuni chicchi di riso.

Quando è stato il mio turno, ho sentito tre dita rese grosse e ruvide da anni di servizi a quei templi, che scorrevano dal centro della fronte verso sinistra, e poi di nuovo indietro a destra, per disegnare infine il punto con amorevolezza. E mi ha congedato con una leggera pacca sulla schiena, quasi fosse il "vai in pace" dopo la messa.

Ma che cosa rappresenta la Chandan? Lo ho chiesto a Gorari solo parecchi giorni dopo, quasi alla fine del mio soggiorno. Gorari ha risposto con una domanda:
"E cosa senti tu, dopo che hai fatto la Chandan?".

È vero che sentivo qualcosa. DURING ARTI
DURING ARTI
Anche per Lenka, la Chandan era la cerimonia più bella. Ma cosa sentivo?
A mente fredda, posso dire che sentivo semplicemente di essere là. Inoltre, percepivo la "presenza" della persona che la disegnava e che da più di 30 anni si dedica con umiltà a gesti a prima vista inutili ad un servizio divino. Infine, sentivo una qualche forma di benedizione, ma di cui non so quanta parte si trovasse nel cuore e quanta nei meandri illusori del cervello.

Sul momento, tuttavia, ho balbettato alcuni pezzi di risposte confuse che volevano solo dire: "Boh, non ci ho mai pensato davvero. Mi piace e basta".
Dopo che Gorari mi ha fatto capire questo con la sua domanda, mi ha anche risposto. Prima mi ha parlato del suo significato tecnico, nel suo inglese poco istruito.
"Le tre linee rappresentano i tre stati d'animo possibili per l'uomo. Si può essere sereni anche in condizioni estremamente difficili, oppure essere arrabbiati per difficoltà superabili, oppure infine essere sempre nel sentimento della rabbia anche quando tutto va bene." (Altrove ho letto altre spiegazioni, ma questa è quella per me vera).
Non so se mi ha parlato anche del puntino, forse sì ma non ho capito il suo inglese. Dovrebbe rappresentare l'anima, come realtà superiore ai tre stati d'animo.

Tuttavia, è stata più interessante la risposta sul significato vero della Chandan, ed anche di tutti gli altri gesti rituali quotidiani.
"La Chandan mi aiuta ad essere in contatto diretto con Dio. Dio è sempre nel cuore, ma se non faccio il bagno, o non faccio la Chandan, è più difficile il contatto con lui quando faccio 'giapa' " - che è l'azione ripetere il mantra utilizzando la 'mala'. BELLS' RINGING
BELLS' RINGING

Ha continuato: "Quando ho la Chandan e sono pulito grazie al bagno, e vesto vestiti puliti, il contatto con Dio è immediato quando medito".
"Ma", ha concluso, "tutto questo funziona solo se senti Dio nel cuore. A poco a poco si capisce tutto questo, si capisce il vero significato della Chandan e del resto. Ho ripetuto, ripetuto, e poco a poco ho capito. Quando ho incontrato Babaji, io ero uno stupido". Ed ha molto insistito su questo. "Uno stupido. Con lui ho capito piano piano."

E, non so come dire, si vede che ha capito. Tanto che diventa inutile chiedersi come, un uomo che cura e prega decine e decine di divinità, possa dire di sentire nel cuore "Dio" al singolare, senza dargli un nome.


Con la fronte tutta colorata, che ha sempre un qualcosa di buffo e fuori posto sulla faccia di un occidentale, siamo rientrati nel duni. Ero felicissimo di ritrovare il calore del fuoco, altro che meditazione! Mani e piedi si erano gelati in quei pochi secondi fuori.
Indossavo un maglione, il pail e il mio shalle di lana, ma era freddo lo stesso. Il triangolo di cielo tra le colline ad oriente era già celeste. Non vedevo l'ora di sentire il calore del sole, che sarebbe arrivato solo dopo un paio d'ore. E di mangiare!

Infatti, al mattino non si mangia prima dell' 'arti' (o 'arati'). Che Gorari ha annunciato verso le 6h30, soffiando forte in una conchiglia ('shankara') a mò di tromba.

L'arti comincia con una 'puja', una cerimonia abbastanza complessa. Dapprima Gorari ha portato una ciotola con del cibo dentro in ognuno dei templi. LENKA IS COOOOLD
LENKA IS COOOOLD
Nella mano libera, suonava continuamente un campanello simile a quello utilizzato in chiesa dai chirichetti durante la consacrazione dell'ostia.
Nel frattempo tutti si erano piazzati dietro una fila di campane di varie dimensioni, appese ad un trave e penzolanti alla nostra altezza.

Gorari è tornato nel templio dedicato alla Madre, ed ha acceso degli incensini prima e certe piccole candele (fatte con burro chiarificato) poste all'interno di una specie di bugia "multipla" poi.

E quando Gorari ha preso la bugia in mano, per offrire questo "fuoco" alle 'murti', tutti hanno cominciato a darci dentro con le campane, ciascuno a suo ritmo. Tutti tranne Filippo e Jayanand, che seguivano Gorari e ruotavano col polso un piccolo doppio tamburo, con un rapido movimento simile a quello con il quale si svitano le lampadine. Le membrane del tamburo vibravano incalzanti, colpite dai nodi posti agli estremi di due cordine fissate al centro dello strumento.

Lenka ed io abbiamo esitato, ma abbiamo capito subito che non c'erano regole per suonare quelle campane. Ne abbiamo cercate due libere, e ci abbiamo dato dentro anche noi. Finché Gorari, terminate le offerte, è tornato di nuovo al primo templio, ha poggiato la bugia su un altarino grande come uno sgabello, ha ruotato un piccolo contenitore metallico pieno d'acqua attorno ad essa per tre volte e ne ha lasciata cadere un po' a terra.
Tutti hanno smesso di suonare di colpo, ed a me e Lenka sono scappati un paio di ding-dong di troppo. LUNCH TIME
LUNCH TIME
Ma nessuno ci ha fatto caso.

Il significato della puja in breve, è di offrire alle divinità i cinque elementi: etere (incenso), fuoco, aria (attraverso uno sventolamento con la mano), terra (il cibo, detto 'prasad'), ed acqua. Poi l'acqua benedetta è gettata con leggere manciate sui presenti, il fuoco è fatto circolare perché tutti possano far cenno di prenderne i sacri effluvi con le mani e portarli al capo ed infine il 'prasad' viene tenuto da parte per essere mangiato dopo l'arti.

In processione, tutti hanno iniziato a cantare e si sono inginocchiati di fronte alle soglie dei nove templi.
Lenka ed io ci siamo messi tra gli ultimi, come tutti i nuovi arrivati, e provavamo un certo disagio nel prostrarci di fronte a quelle che a prima vista sembrano statuine travestite. Ma è durato poco, perché tutti i gesti della puja avevano reso sacro il momento, ed era facile mettere nelle statue ciò che è sacro per noi, anche senza conoscerne né il nome né la posizione nella complicatissma cosmogonia indù.

Era iniziata la seconda parte dell'arti: un insieme di canzoni in sanscrito ed in hindi. Raidas ci accompagnava con un armonium, un incrocio tra una pianola ed una fisarmonica. Eravamo tutti rigorosamente senza scarpe (molti addirittura senza calze), seduti a gambe incrociate su alcuni tappetini che ci separavano dal freddo e nudo cemento.

È stato un momento abbastanza difficile. Anche sotto a maglione, pail e coperta di lana nella quale assomigliavo ad un involtino primavera, il freddo passava senza difficoltà. PHANTOME IN THE MORNING
PHANTOME IN THE MORNING
Guardavo con invidia al cappello di lana che portavano gli 'anziani' e con incredulità ai loro piedi nudi. Dopo pochi minuti, le ginocchia e le coscie, già stanche da oltre un'ora di duni, gridavano pietà. Ed anche le orecchie non andavano troppo bene, per le lunghe e monotone canzoni in hindi e sanscrito strascicate come canti di chiesa. Che sarebbero andate avanti per un'ora.

Per noi nuovi, tutti nelle ultime file, si trattava di stare là ad aspettare, e si vedeva che ognuno si faceva i fatti suoi. Franco continuava la meditazione del duni, Gilda pregava, io mi guardavo attorno, Lenka era pensosa, Raffaella si diceva che non avrebbe partecipato a tutte le cerimonie.

E mentre il sole finalmente spuntava ed illuminava la parte opposta della valle, le canzoni sono terminate e c'è stato un momento di silenzio. Non coperto dalle note lunghe e trascinate, si sentiva solo il rumore del fiume che scorreva pochi metri più sotto: un momento meraviglioso. Seguito da un succulento prasad a base di dolcetti indiani prelibati.


Erano trascorse circa quattro ore dalla sveglia, ed era finalmente giunto il momento di fare colazione. Abbiamo attraversato il greto del fiume, il nostro umore era discreto. Lungo lo stradello, ci sono casette in pietra che ospitano negozi disadorni frequentati quasi solo da indiani. I proprietari ci salutavano, spesso con quel fare che invita implicitamente a fermarsi ed acquistare, ma senza insistenza.

Siamo entrati direttamente nel ristorantino italiano, come avremmo fatto ogni mattina da allora. FIRE AND CHANDAN
FIRE AND CHANDAN
Il cafèllatte era buono, e non ho resistito al richiamo di un panino con la nutella che il mio stomaco ha gradito come un ritorno a casa dopo lungo tempo.
Infatti, in quei giorni il cibo indiano mi aveva stancato, e riuscivo a mangiare solo molto poco di quei piatti speziati. Eravamo seduti su un terrazzino al sole, ed era l'occasione per conoscersi meglio.

"Come sei arrivato qui?", mi ha chiesto Jayanand, in un momento in cui Lenka era lontana. E gli ho raccontato di come certi amici mi avessero parlato di Herakan, e di come il mio viaggio in India fosse una bella occasione per fare questa esperienza, della quale avevo voglia.
"E Lenka?", mi ha fatto. "Ti ha seguito..."
"E' venuta con me", ho risposto con un sofismo poco convinto.
"Insomma, ti ha seguito", ha concluso, e quella conclusione voleva dire che si vedeva che lei non aveva voglia di stare là. Ed era vero.

Abbiamo simpatizzato anche con Raffaella e Franco, attraverso i soliti che fai in Italia, dove vivi, come sei arrivato qui. E ci siamo attardati forse per un'oretta al calduccio del sole, quasi incredibile dopo il freddo per me drammatico delle ore precedenti.


Il programma dell'ashram prevede che alle 9h00 inizi il Karma Yoga. Ma quando siamo rientrati dal nostro lato del fiume, erano forse le 9h15. In un certo senso, noi italiani abbiamo una forma di costanza: verso la flessibilità degli orari.

Karma Yoga, vuol dire lavorare con una certa attitudine: non attendersi nulla dal lavoro svolto e concentrarsi solo sul lavoro svolto, con l'aiuto della ripetizione del mantra 'Om Namah Shivaya'.
Nelle intenzioni dell'ashram, vorrebbe dire anche lavorare per il suo mantenimento e sviluppo. Ma questo non sempre è vero, alcuni hanno un lavoro personale da portare avanti, come per me e Lenka scrivere questo blog, o per altri leggere un certo libro; oppure lavare i propri panni al fiume.

E questa flesibilità della regola data agli italiani, può portare alle conseguenze che immaginate. Ogni tanto, c'erano due o tre soli a lavorare, mentre gli altri sette o otto erano intenti nel loro Karma Yoga "personale".
Anche se, altra caratteristica italiana, alla fine 'lato Gufa' si riusciva a fare tutto quanto c'era da fare.

Lenka aveva deciso che (contrariamente a quanto detto dal regolamento) se non poteva partecipare alle cerimonie, non doveva neanche lavorare. E che andassero tutti a quel paese.
Tuttavia, presso la reception dell'ashram, aveva acquistato due libricini sulla vita e sul messaggio di Babaji, e lontana da noi che tra un lavoro ed un altro discutevamo di Coscienza Universale, piantata nella sua poltrona di vimini nel giardino di fronte alla nostra stanza, leggeva assorta.

Il lavoro era poco coordinato. Gorari dava le grandi indicazioni, ma dopo non seguiva nulla di ciò che era o non era fatto.
La sua intenzione era: rifare la pittura di tutte le porte e della facciata dei templi dove si stacca. Il messaggio che ho capito io dopo almeno un paio di filtri, aveva un perimetro leggermente più ridotto: passare la carta vetrata sui soli stipiti di solo cinque o sei tra le porte dei templi.

Il potenziale degli italiani sotto controllo degli indiani, si esprime a livelli insperati.

Fare Karma Yoga, è stato davvero una esperienza interessante. E dirlo è un rischio, perché se papà dovesse leggere queste righe, potrebbe reclutarmi per tutti i lavori che ci sono da fare in giro a casa.

Sopratuttto mi sono accorto che quello di staccare il cervello, è un esercizio che non riesco a fare. Mentre lavoravo agli strati di vernice sedimentati negli anni, con la fantasia ho fatto di tutto: tra l'altro, ho scritto almeno due libri (di cui uno best seller dell'anno), ho fondato una squadra di nuoto, sono diventato Presidente del Consiglio ed ho massacrato a colpi di magli perforanti tutti quelli che mi stanno antipatici.
Insomma, il Karma Yoga è stato un esperimento sull'assoluta mancanza di controllo che ho sui miei pensieri, che hanno una vita praticamente autonoma dalla mia volontà se non occupo la mente con qualcosa che la diverte, tipo leggere un libro o guardare la televisione.

E mi è venuto in mente mio nonno, che mi raccontava di un suo colloquio con un prete. Gli aveva speigato che non possono esistere i peccati di pensiero, come si recita invece in chiesa. Che nel momento in cui ad una cosa non ci vuoi pensare, il pensiero ci è già arrivato: lui vola e non lo controlli. Il prete aveva riso e non gli aveva risposto.

Karma Yoga si interrompeva per il pranzo, pasto principale della giornata. Dalle cucine sull'altra sponda arrivava il cibo, annunciato da Gorari con un paio di soffiate nella 'shankara'.

Il cibo ad Herakan è semplice, monotono, eccellente.
C'è quasi sempre riso con lenticchie o fagioli, patate con un'altra verdura, yogurt e chapati (pane). Ma il sapore è delizioso, ed alla fine del soggiorno ancora non me ne ero stancato. Ci si siede tutti in circolo, di solito dinanzi al templio principale. È Gorari che serve tutti, in un piatto metallico ('talhi') diviso in sezioni.

Come gli indiani, ho provato anch'io a mangiare con le mani, ed è una bella sensazione. Ma sono troppo occidentale, le mani impiastricciate mi davano fastidio ed il brodo mi colava lungo la barba spelata e sono rapidamente tornato al nostro cucchiaio.

Dopo il pranzo abbondante, che solitamente terminava verso le 12h30, c'era il periodo di riposo, fino verso le 3h00 di pomeriggio. Per Lenka e me, questo è stato un momento della giornata frustrante, perché gli operai iniziavano a lavorare sopra la nostra stanza verso le 13h30, e spesso non è stato possibile dormire oltre.

A seguito del riposo, iniziava il Karma Yoga pomeridiano, che si concludeva con un nuovo bagno nel fiume teoricamente verso le 17h30. Dico bene teoricamente: al tramonto del sole, verso le 17h00, veniva immediatamente giù la temperatura, e nessuno voleva essere in acqua dopo quell'ora. E quindi, lato Gufa, quasi sempre guardavamo il tramonto del sole che eravamo già puliti e pesantemente vestiti, pronti all'arrivo di un'altra sera.

Siamo andati nuovamente nel duni per cercare la meditazione al calore del fuoco. Poi, verso le 18h30 è iniziato l'arti serale. Lenka ha interrotto le sue partecipazioni alle cerimonie, per rispetto delle regole.

E così, anche a cena si è trovata da parte, accovacciata su un muretto. Le ho portato il suo piatto ed abbiamo mangiato così, lontano dagli altri. E poi ho lavato i piatti, che a Lenka era vietato. Questo le è piaciuto. Credo che il suo umore abbia cominciato a migliorare in tale momento.

Alle 21h30, eravamo già immersi nel letto. Il primo giorno era trascorso tra le scoperte della vita e dei tempi nell'ashram.


Quel giorno, tuttavia, c'era anche stata una cremazione e le ceneri del defunto erano state disperse nel fiume. Per tre giorni, non ci sarebbe stato consentito di toccarne l'acqua, considerata impura. In cuor mio ero contento: l'idea di alzarmi di nuovo nella notte ed entrare nel fiume, non mi piaceva molto.

Infatti, appena trascorsi i tre giorni, quando si avvicinava la prospettiva di un nuovo bagno mattutino, nel calduccio del letto non riuscivo a dormire da forse l'una o le due di notte. Ero terrorizzato, e finché non mi sono promesso che non sarei andato, non c'è stato modo di addormentarmi. Quella mattina, Lenka è andata al fiume sola.

Filippo mi ha rassicurato: " non ti preoccupare, lasciati il tempo di arrivare". Ed infatti, dal giorno seguente sono (quasi) sempre riuscito a scendere in acqua, e sentire tutte le diverse sensazioni fisiche ed il piacere di questo rito. Finché è diventato uno dei bei momenti del programma.

Le giornate si sono susseguite ed io sono entrato sempre più nel ritmo. Anche Lenka ha preso meglio le misure del posto, e forse sono stati un bene i giorni in cui è stata obbligata a non fare nulla.


Il 14 Febbraio 1984, Babaji 'lasciava il corpo'. Erano trascorsi 14 anni da quando era 'apparso', ed aveva cambiato la vita di questa valle e di centinaia di persone. Mi è difficile descrivere chi fosse Babaji, di cui non conosco abbastanza.

Per i suoi devoti è l'incarnazione di Shiva, che periodicamente viene sulla terra. È Dio stesso, quindi è in tutto e tutto quel che accade nel mondo è un suo 'lila', ovvero un suo gioco. Infatti per gli Indù, tutto quello che accade è un movimento della danza di distruzione (e quindi creazione) di Shiva.

Ho sentito numerose testimonianze da parte di suoi devoti che lo hanno conosciuto, circa una presenza straordinaria cui non si riusciva a star vicino, il dono dell'ubiquità, soprattutto la capacità che aveva di leggere il pensiero e di entrare nei sogni.
Ascoltare testimonianze dirette di simili fatti, è destabilizzante.

Non so se Babaji fosse l'incarnazione di Dio sulla Terra. Di certo, era un grande uomo e probabilmente anche un santo.
Pare fosse spiritoso, ed avesse un eccellente modo di "distruggere" gli ego delle persone. Ad esempio, a chi piaceva comandare faceva mettere un ridicolo cappello da 'capo' e lo mandava a sorvegliare il lavoro degli altri. Oppure, trattava con la massima importanza chi si dava delle arie per un giorno, poi non li considerava più. Spingeva ognuno negli eccessi della propria personalità, per strapparne le maschere.

Non si è arricchito anche se avrebbe potuto, ed ha dedicato la sua vita a diffondere uno dei messaggi di salvezza che circolano nel mondo. La vita ad Herakan, al suo tempo, era tanto lavoro e tanta preghiera. Si dormiva nelle tende, la strada non arrivava fin qui, non c'erano bagni, l'elettricità era un sogno. Ma centinaia di persone sono rimaste attratte dal suo messaggio, come aghi di una bussola verso nord.


Quest'anno, la commemorazione della morte 'terrena' di Babaji si è tenuta il 19 Febbraio, giorno di luna piena. Per due ore, alcune decine di persone si sono riunite di fronte alla sua tomba, accanto al templio principale, ed hanno cantato. Infine, con fuoco ed incenso, ciascuno gli ha reso omaggio. Mentre la fila scorreva dinanzi alla tomba, Filippo ha iniziato a suonare lentamente una campana. Il suo volto esprimeva un profondo dolore, ed i rintocchi erano incredibilmente dolci.


Lato Gufa, il 19 è stato anche il giorno della preparazione di una 'scampagnata'.
"Andiamo a vedere delle grotte sacre!"
Lenka ed io: "Siiii!"
"Sono così sacre ma piccole, che nessuno fa pubblicità"
Lenka ed io: "Siiiiiii!!!"
"Andiamo in macchina, poi dormiamo là e torniamo il giorno dopo"
Lenka ed io: "Ottimo, partecipiamo!"
"Sono sei o sette ore di macchina"
Lenka ed io: "Siiii?"
"Anzi, ne sono una decina per andare, e dieci il giorno dopo per tornare. Tutte curve. Farà freddo perché saremo parecchio in alto. Partiamo domattina."
Lenka ed io: "Ah...."

Il mattino dopo, noi due abbiamo declinato: non ce la siamo sentita di affrontare un simile sbattimento. Così, al sorgere del sole, dopo l'arti, tutti hanno lasciato la Gufa, incluso Gorari. La sera prima, un forte temporale aveva lavato bene bene l'aria, quasi volesse essere di buon auspicio.

Alla Gufa siamo rimasti solo noi due e la famiglia di indiani che vive qui e dà una mano alla manutenzione della struttura. È una famiglia con tre bambini, più un quarto cuginetto, che hanno tra i tre ed i dieci anni.
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