HERAKAN
Trip Start
Dec 30, 2007
1
46
84
Trip End
Ongoing
La valle dell'ashram di Herakan si stende da sud-est a nord-ovest, cosicchè il sole la illumina per la maggior parte del suo corso. Il fiume, nel periodo delle piogge spaventoso e possente, nella stagione secca come ora diventa una larga pietraia pianeggiante. I lati della valle sono costituiti da una serie di colline ripide e di varie dimensioni, addossate le une alle altre, tutte folte di alberi sul lato esposto a nord, quello della struttura principale dell'ashram, ed aride a causa del terreno roccioso sul lato esposto a sud, dove si trova la Gufa.
In mezzo al greto del fiume, più a valle, si erge ombroso e tondeggiante un albero secolare. Così sacro ed antico che si dice sia stato testimone del sacrificio di Sati, una moglie di Shiva che non era riuscita a sopravvivere alla vergogna perché suo padre non aveva invitato il marito ad una grande festa. È da questo episodio, che il sacrificio "volontario" delle vedove indiane sulla pira funeraria del marito, si chiama "sati".
E di sicuro qualche forza deve proteggere questo albero, che non viene mai toccato dalle annuali piene del fiume, quando trascina via tutte le strutture ed i muri di protezione che gli uomini erigono inutilmente lungo il suo argine.
La struttura principale dell'ashram, costituita da alloggi e templi, è sollevata dal letto del fiume di 108 gradini, numero sacro della religione hindù. C'è l'alloggio che era stato di Babaji e la sua tomba, e c'è il templio principale: una stanzetta minuta, all'interno di una struttura coperta più ampia, dalla quale una statua maschile fissa chi le si inchina di fronte con un'espressione incredibilmente viva.
Lungo il fiume, oltre ad alcuni alloggi ad un solo piano, c'è poi un "duni" : un templio dedicato al fuoco con al centro un bracere quadrato, in cui la divinità è il fuoco stesso, che tutto consuma.
Lungo la scalinata, c'è una struttura profana che, lo abbiamo capito dal primo giorno, sarebbe stata un'eccezionale boccata di ossigeno: un ristorantino gestito da Anamica, nome hindi di una ragazza pugliese che vive da cinque anni qui.
In fondo all'India, trovare un caffè con la moka o un vero piatto di pasta, è come trovare una lavatrice dentro una piramide egizia. E la presa elettrica vicino al sarcofago.
Gli italiani qui, sono da sempre numerosi. Filippo ci ha raccontato che quando frequentava quel posto ai tempi di Babaji, gli italiani erano forse la metà dei devoti. C'è un templio che si chiama "Italian temple", e si sente parlare italiano un po' ovunque tra la forse cinquantina di persone presenti nell'ashram.
La Gufa, poi, era territorio italiano più dell'ambasciata a New Delhi. Oltre a noi, Jayanand e Filippo, c'è Gilda, Kalavati, Nima, Raidas, Amba ed un'altra coppia, Raffaella e Franco. Tutti italiani o residenti in italia, nonostante i nomi indiani che hanno assunto i più devoti.
In mezzo al greto del fiume, più a valle, si erge ombroso e tondeggiante un albero secolare. Così sacro ed antico che si dice sia stato testimone del sacrificio di Sati, una moglie di Shiva che non era riuscita a sopravvivere alla vergogna perché suo padre non aveva invitato il marito ad una grande festa. È da questo episodio, che il sacrificio "volontario" delle vedove indiane sulla pira funeraria del marito, si chiama "sati".
E di sicuro qualche forza deve proteggere questo albero, che non viene mai toccato dalle annuali piene del fiume, quando trascina via tutte le strutture ed i muri di protezione che gli uomini erigono inutilmente lungo il suo argine.
La struttura principale dell'ashram, costituita da alloggi e templi, è sollevata dal letto del fiume di 108 gradini, numero sacro della religione hindù. C'è l'alloggio che era stato di Babaji e la sua tomba, e c'è il templio principale: una stanzetta minuta, all'interno di una struttura coperta più ampia, dalla quale una statua maschile fissa chi le si inchina di fronte con un'espressione incredibilmente viva.
Lungo il fiume, oltre ad alcuni alloggi ad un solo piano, c'è poi un "duni" : un templio dedicato al fuoco con al centro un bracere quadrato, in cui la divinità è il fuoco stesso, che tutto consuma.
Lungo la scalinata, c'è una struttura profana che, lo abbiamo capito dal primo giorno, sarebbe stata un'eccezionale boccata di ossigeno: un ristorantino gestito da Anamica, nome hindi di una ragazza pugliese che vive da cinque anni qui.
In fondo all'India, trovare un caffè con la moka o un vero piatto di pasta, è come trovare una lavatrice dentro una piramide egizia. E la presa elettrica vicino al sarcofago.
Gli italiani qui, sono da sempre numerosi. Filippo ci ha raccontato che quando frequentava quel posto ai tempi di Babaji, gli italiani erano forse la metà dei devoti. C'è un templio che si chiama "Italian temple", e si sente parlare italiano un po' ovunque tra la forse cinquantina di persone presenti nell'ashram.
La Gufa, poi, era territorio italiano più dell'ambasciata a New Delhi. Oltre a noi, Jayanand e Filippo, c'è Gilda, Kalavati, Nima, Raidas, Amba ed un'altra coppia, Raffaella e Franco. Tutti italiani o residenti in italia, nonostante i nomi indiani che hanno assunto i più devoti.

