In viaggio verso Herakan
Trip Start
Dec 30, 2007
1
44
84
Trip End
Ongoing
La sala che alla stazione di New Delhi è stata dedicata agli stranieri per l'acquisto dei loro biglietti, era già stracolma nonostante avesse appena aperto. C'era un gran vociare in varie lingue, che aggiungeva confusione alle code disordinate.
Infatti, l'organizzazione delle file è molto singolare. Ci sono dei divanetti allineati in modo perpendicolare rispetto al bancone, e la fila si fa da seduti. Ogni volta che qualcuno ha comperato il suo biglietto, tutti scorrono lateralmente con il sedere di un posto.
Tuttavia, non è chiaro il funzionamento per chi viene la prima volta, ossia forse l'ottanta per cento. Si formano rapidamente file parallele in piedi che nessuno si prende la briga di dissipare: per cui in pochi minuti pare di essere alla barriera sulla "Roma - L'Aquila" la domenica sera, quando varie file cercano di entrare in un singolo varco, e la gente accelera per conquistare 50 centimetri
Lenka aveva lasciato lo zaino sul divanetto a tenerle il posto, e lo spostava a mano a mano che la fila avanzava. Ma appena poteva, mi raggiungeva al banco informazioni, perché era davvero poco chiaro quale biglietto dovessimo comperare.
Filippo ci aveva detto di prendere il treno per Aldwani, stazione più vicina ad Herakan; ma ci avevano detto che Herakan era presso la Ganga (nome indiano per il Gange). Ora, la cartina sotto al nostro naso era chiara: la Ganga passava da tutt'altra parte.
Intanto la signora al banco informazioni, dopo aver preso il suo chai mattutino incurante della fila, cercava di far funzionare il sistema informatico senza successo e senza troppo stress. Io, intanto, cercavo di contattare qualcuno per sapere dove dovessimo andare. Per fortuna, dopo qualche tentativo, Filippo mi risponde e mi conferma: dovevamo andare ad Aldwani.
E la Ganga, allora?
Non importa, almeno la destinazione era confermata
Dopo che Lenka aveva chiarito con certi asiatici-tipo-coreani sulla fila-parallela che c'eravamo prima noi, l'impiegato delle ferrovie ci ha gentilmente dato tutte le informazioni, e siamo andati via con il nostro prezioso biglietto per il pomeriggio alle 16.
Erano ormai le nove del mattino, l'ufficio aveva aperto alle otto, e avevamo iniziato a fare la fila fuori dalle sette e quaranta. Eravamo stravolti. Più tutto quel che era successo prima...
Partiti la sera prima da Jodhpur, avevamo passato la notte in treno. Ci eravamo concessi il lusso della classe AC (Air Conditionning). Nessun bisogno di aria condizionata col freddo invernale della notte rajastana, ma ci avevano convinto le brandine in gommapiuima, le coperte ed i cuscini.
Sulle sei cuccette per scompartimento avevamo quelle più in alto, così vicine al soffitto che era impossibile star seduti. Un accenno di claustrofobia mi cresceva nello stomaco, per cui mi sono steso il più rapidamente possibile ed ho messo la mascherina sugli occhi (inseparabile compagno di viaggio) per credere che il soffitto fosse ad un metro e non a quaranta centimetri dalla punta del naso. Lenka aveva un bocchettone di aria puntato direttamente sulla schiena per alimentare l'intera carrozza. Per fortuna, dietro consiglio di una amica (grazie Augusta!), ci eravamo muniti di nastro adesivo prima della partenza proprio per questo scopo. Per cui da dietro la mascherina, ho sentito gli stkreek e strap (che mi ricordano sempre i numerosi traslochi fatti), e sapevo che almeno Lenka si sarebbe risparmiata un blocco della schiena.
Sotto di noi, c'erano due indiani e due giapponesi. Gli indiani avevano sbagliato posto, per cui durante la notte si è accesa una lite con un altro passeggero salito ad una stazione intermedia, con intervento del controllore. Il viaggio è trascorso bene, anche se Lenka non è riuscita a chiudere occhio.
Quando alle 6h15 il treno era ormai fermo in stazione, tutti i passeggeri erano ancora sotto le coperte. I giapponesi si sono rapidamente accorti della situazione, ed hanno cominciato a muoversi tutto a scatti ed in fretta, come nei cartoni animati. Sembravano recitare la parodia di loro stessi.
Sapevamo che eravamo a Delhi, ma Old Delhi o, come avremmo voluto, New Delhi? Eravamo ad uno degli ultimi binari (forse il 16) di una stazione buia: Old Delhi, purtroppo. Abbiamo preso una passerella che scavalca tutti i binari sotto il peso degli zaini, per andare verso la parte principale dela stazione. Il rossore dell'alba si accendeva alla nostra destra, dietro ad una rete di protezione ed attraverso le decine e decine di fili elettrici che correvano sui binari.
Eravamo insonnoliti, infreddoliti, stanchi per l'attraversamento. Ma eravamo felici di scendere le scalette della passerella: avremmo trovato la sala d'aspetto, delle informazioni, un rick shaw per portarci alla stazione di New Delhi.
Quello che abbiamo trovato, era solo un muretto di confine con una strada, quattro latrine senza porta ed un pacchetto di patatine vuoto trascinato dall'aria fredda. Old Delhi è probabilmente l'unica stazione al mondo nella quale la struttura principale non si trova in prossimità del primo binario, ma dell'ultimo.
Abbiamo guardato indietro i forse diciotto binari, con l'espressione che vi immaginate: troppo stanchi per imprecare, con quella faccia a mo' di radar che si ha prima di colazione. Ho ripensato con nostalgia all'atmosfera calda dei bar delle stazioni italiane al mattino presto, che appena entri senti il rumore del vapore che scalda il latte e dei piattini poggiati sul bancone, e mi è sembrata la cosa più bella del mondo. E comunque, anni luce dell'odore di urina che aleggiava là attorno.
Ma, come nella favola di pollicino, lontano lontano alla fine della banchina abbiamo intravisto una lucina. Cammina cammina, la lucina è diventata una piccola biglietteria, fatta per gli indiani che arrivavano da quel lato e per i turisti rincitrulliti che si sbagliavano come noi.
Con l'aria calma, di quelle oltre lo sconforto, Lenka ha tagliato la fila come ormai ha imparato bene a fare, ed ha chiesto: "mica c'è un treno per New Delhi?"
"Certo, come no!", risponde in un inglese maccheronico l'impiegata dietro al vetro. "Parte alle 6h50. Binario 8"
Con l'occhio spento ci voltiamo verso l'orologio al muro: erano le 6h45.
La stanchezza toglie lucidità. Forse c'era un altro treno, forse conveniva rifarsi i 18 binari e prendere un rick shaw. Ma in quel momento, in treno delle 6h50 dal binario 8 per noi, era la salvezza.
Incuranti dei chili sulle spalle da ormai mezz'ora, Lenka scatta in testa seguita a ruota da Massimo. Massimo perde terreno progressivamente, ha il passo più stanco. Tuttavia il terreno cambia condizioni, i contendenti hanno raggiunto le scale della passerella. Lenka sale un gradino alla volta, mentre Massimo sfrutta la sua maggiore potenza e fa due gradini ad ogni passo. Ai tre quarti della salita c'è il sorpasso, mentre i pochi presenti seguono i due occidentali che procedono a tappe forzate alle luci dell'alba nella buia stazione indiana. Rapidamente la banchina è raggiunta ma... colpo di scena! I due non sanno quale dei due binari sia il numero 8! E non c'è scritto! Né si ricordano se sono tra il 7 e l'8 o tra l'8 ed il 9! Provano a chiedere alla loro destra, ma non trovano qualcuno che parli inglese. Allora guardano a sinistra... ma il binario è vuoto! Altro colpo di scena amici blogascoltatori! C'è un treno, ma è più avanti. Queste cazzo di stazioni indiane sono lunghissime! Ora procedono appaiati, si avvicinano finalmente al treno, chiedono a tre persone (non si sa mai). Sì, tutti confermano che quel treno passa per New Delhi. E sono forse le 6h49! I due ce l'hanno fatta! Vittoria a parimerito!
Il treno è partito con circa quindici minuti di ritardo.
Dentro, una ventina di occhi scuri ci scrutavano stupiti e curiosi, la testa incappucciata da coperte sporche e lacere. Siamo rimasti in piedi vicino alle porte un poco intimoriti, mentre il treno svicolava lentissimissimo tra i treni fermi in un fiume di binari. Finalmente il profilo noto della stazione di New Delhi si è delineata, siamo scesi al volo. Erano solo le 7h30, ma siamo andati direttamente verso la biglietteria per gli stranieri, anche se avrebbe aperto alle 8. Attorno a noi, ci sono bar sospetti che vendono cose che non toccherò più dopo l'intossicazione di una mesata fa. Roba fritta in olio strausato. Altro che cappuccino e cornetto!
Fuori dalla porta della biglietteria per stranieri, c'era già la coda. I primi erano due ragazzi ubriachi, che saranno stati là da ore. Rapidamente si è aggiunto un gruppo di giapponesi e poi delle matrone russe rumorosissime, più altre nazionalità alla spicciolata. L'ordine della coda ha retto fino all'apertura delle porte, poi la una marea si è riversata all'interno dell'ampia sala.
Quando siamo usciti, uno dei ragazzi ubriachi ronfava sul divanetto. Avremmo voluto farlo anche noi. Ma solo una cosa mi interessava, dopo 2h45 di tensioni.
Colazione!
Vicino alla stazione di New Delhi, si trova il quartiere di Pahar Ganj, nel quale abbiamo alloggiato durante il nostro primo soggiorno. È stato curioso rivedere la strada di Main Bazar col suo traffico sporco e la sua confusione, dopo un mese di girovagare: tutto era diverso ed uguale.
In un quarto d'ora abbiamo raggiunto la German Backery, dove avevamo l'abitudine di andare quando avevamo fame al mattino. Ma l'avventura non era finita.
Con una simpatia tutta tedesca, gli inservienti indiani ci hanno detto che non potevamo restare là con gli zaini, troppo ingombranti. Ma potevamo andare in terrazza. Grazie. Altri cinque piani a piedi attraverso scale che erano un cantiere di lavori in corso.
Il sole del mattino non era più quello di un mese prima, ed abbiamo optato per un tavolino all'ombra.
La German Backery, mescola intelligentemente la flessibilità e la simpatia tedesca con l'organizzazione indiana. Infatti, la cucina che serve il terrazzo è la stessa del bar al pianterreno, e lo "Spanish Breackfast" che avevamo ordinato (caffè, frittata, patate e tost) aveva probabilmente subìto qualche disguido.
Che quando sei stanco ed hai fame non c'è nulla di più triste che aspettare a lungo e mangiare freddo.
Lasciati con qualche difficoltà i bagagli in un hotel, abbiamo trascorso il tempo disponibile tra acquisti e bar, in attesa di trasferirci di nuovo in stazione. Ovviamente, il nostro treno per Aldwani partiva... da Old Delhi.
Ho cominciato a pensare che qualcuno lassù si divertiva alla grande ad organizzarci male le cose. E non aveva finito di ridere.
Il treno era stracolmo, e dormire era improponibile tra l'odore del cibo ed il vociare della gente; ma il viaggio trascorreva bene. Filippo ci avrebbe prenotato una stanza, il che era essenziale perché saremmo arrivati ad Aldwani alle 22h. E, finalmente, ci telefona: aveva trovato una stanza da 1000 rupie per la notte.
Ora, fino ad adesso abbiamo dormito in stanze al massimo da 500 rupie, ed era a Jodhpur con vista da sballo sulla rocca della città. Che sarebbe stato un hotel da 1000 rupie? La piscina in camera?
"No, Filippo, c'è nulla di meno caro?" Bene, se ne occupa lui, ci assicura.
Dopo qualche tempo ci ritelefona: Aveva trovato una stanza da 600 rupie all' 'OK Hotel'. "Forse", ci dice, "sarà meglio se avete dei tappi per le orecchie, i camion potrebbero svegliarvi".
Lenka ed io ci guardiamo con sospetto, ma non come nella canzone di Baglioni: con sospetto tipo con paura. Un posto che si chama 'OK Hotel' ha poco di rassicurante, e la frase di Filippo era sibillina. Ma via: 600 rupie, in un posto sperduto dell'India! Sai che lusso!
Nella squallidissima stazione di Aldwani, l'omino del rick shaw sembava voler scoppiare a riderci in faccia quando gli abbiamo detto che volevamo andare all' 'OK Hotel'. E sembrava aggiungere: "non riesco mai a convincere nessuno a fermarsi lì!".
Aldwani è davvero squallida la notte, ma il suo punto più squallido, appena arrivati a destinazione, ci è sembrato la hall dell'OK. Un corridoietto portava ad una stanzina con un signore la cui faccia mi ricordava quella dei messicani che giocano a poker nei saloon dei film western. Dietro, uno straccio copriva malamente un cantiere e la puzza di polvere di cemento stonava con l'altare pieno di luci colorate ed intermittenti tipici dell'India.
Un ragazzo magro con la faccia allampanata ci ha accompagnato attraverso un ballatoio alla nostra stanza al primo piano.
Poco prima, ci eravamo sbagliati: il posto più squallido di Aldwani, era la nostra stanza.
Porta e finestre (una rotta) davano sulla strada principale della città. I camion rombavano e suonavano il clacson all'indiana, che pareva di averli sul comodino. Le lenzuola erano dubbie, il bagno peggio delle lenzuola. Non ci lavavamo da due giorni, ma non c'era acqua calda. Ce ne siamo scaldati un po' con un provvidenziale scalda-acqua appena comperato, ho ammazzato una ventina di zanzare e ci siamo infilati nel letto con i tappi in fondo alle orecchie.
Prima di addormentarmi, dico a Lenka: "Buon San Valentino!". Sorride un po' amaro.
Io ho dormito alcune ore, Lenka zero per la seconda notte di fila.
Chi pensa: "che culo Massimo, è riuscito a dormire", vuol dire che non ha mai viaggiato con una donna che ha sonno...
Alle 7 del mattino, il ragazzo allampanato bussa come se volesse sfondare la porta. Apro, e mi dice contento : "hot water, hot water!" e si infila in camera e nel bagno per aprire il rubinetto e farci vedere il lusso dell'OK Hotel.
OK un cazzo! Fuori!
Abbiamo ripreso gli zaini che ci sentivamo come se ci fossimo riposati in una sala d'aspetto, ed abbiamo raggiunto in una quindicina di minuti di marcia l'hotel dove Filippo ed altri (tutti italiani) ci aspettavano per andare da Muni Raj, il capo spirituale di Herakan. Erano tutti là, perché la sera prima c'era stato un matrimonio proprio della figlia di Muni Raj.
Ci siamo ritrovati senza capire come, con una ventina di altri occidentali, in una villa dove un vecchio dal volto disteso ed imperturbabile era seduto sotto un porticato. Tutti si sono inginocchiati per rendergli omaggio, e (per ultimi) anche Lenka ed io l'abbiamo fatto, più per un sentimento di obbligo che per convinzione.
Chi era costui? E che ci facevamo là? E che volevano dire le cerimonie che sono seguite, una attorno ad un fuoco nel quale veniva buttata roba da mangiare ed anche una noce di cocco, ed un'altra passata ad ascltare canzoni incomprensibili per circa un'ora davanti ad un templio? E perché non avevamo potuto mangiare prima? Se io ero in parte preparato a tutto questo, Lenka cadeva completamente dalle nuvole.
Poi, siamo stati invitati ad entrare in casa e ci è stata offerta un'ottima colazione, che in realtà era un brunch. In disparte, noi due mangiavamo in silenzio.
Il trasferimento da Aldwani ad Herakan, un'ora e mezza di tornanti, l'abbiamo fatto in una jeep con forse altre cinque persone. Subito la strada è cominciata a salire, e le curve sono diventate rapidamente strette e ripide. Gli alberi attorno erano impressionanti, ed i bagagli minacciavano continuamente di rotolarci addosso. Era bellissimo, ma dopo tre quarti d'ora Lenka cominciava ad accarezzare l'idea di restituire la colazione e rifare la tappezzeria della jeep in un colpo solo.
Per fortuna, ci siamo fermati per un chai. Il sole era caldo, e tutto attorno le colline erano terrazze verdi coltivate a frumento. Ripresa la strada, presto abbiamo visto una larga valle alla nostra sinistra, con il letto di un fiume quasi secco. Era una pietraia in cui scorrevano alcuni rigagnoli larghi come torrenti, che giocavano ad intrecciarsi per tutta la sua lunghezza.
Lenka mi ha fatto un'espressione che diceva "ma questa sarebbe la Ganga? Mi pare il fiume di Velka Bites!"
Il mistero si è risolto più tardi. Quella era la 'Gautama Ganga', ossia un affluente della Ganga vera e propria - pur sempre un fiume sacro.
La jeep si è fermata con un doppio rombo davanti ad un cancello. Eccoci arrivati ad Herakan. Non ci sentivamo proprio a casa.
Herakan è un ashram, ossia un posto nel quale un guru impartisce i propri insegnamenti. I suoi devoti possono soggiornarvi per ristorare e rinnovare la propria ricerca spirituale. Ci sono cerimonie e regole da rispettare, ed è necessario lavorare per contribuire al suo mantenimento.
In questo ashram, il cibo, l'alloggio e l'uso delle strutture comuni sono offerti a tutti, per 200 rupie al giorno per persona. Herakan è un ashram abbastanza grande, per cui ci sono anche un ristorante ed alcuni negozietti. Da qualche anno, c'è elettricità e telefono, e la strada giunge fino al suo cancello.
Il guru che ha fatto crescere questo ashram, è Babaji. I suoi devoti credono che sia una delle incarnazioni di Shiva (un mahavatar), apparso nel corpo di un ventenne in una grotta situata proprio nell'ashram. Babaji ha "lasciato il corpo" nel 1984 dopo quattordici anni di insegnamenti. Questi, si possono riassumere in tre parole: Verità, Semplicità, Amore.
Zaini in spalla, abbiamo seguito Jayanand, nome indiano di un italiano che vive in Svizzera, devoto di Babaji. Abbiamo camminato lungo una struttura arroccata al fianco della collina e ad alcuni templi, poi abbiamo sceso una scalinata lunga, stretta e ripida. Arivati sul bordo del greto, ancora più largo visto da così vicino, lo abbiamo attraversato lungo uno stradello segnato da pietre, fino all'altro lato dove c'è una seconda parte dell'ashram. Questo lato si chiama "Gufa", ed è su un lembo di terra pianeggiante rubato tra la montagna scoscesa ed il letto del fiume. Abbiamo superato l'ultimo braccio d'acqua attraverso un'ondeggiante passerella di legno, subito dopo la quale salivano una ventina di gradini. Qui abbiamo trovato uno spiazzo con alcuni templi allineati sulla destra ed una casa di fronte. Dietro, oltre uno spazio terroso con alberi giovani ma già alti, c'erano altre costruzioni basse. Ed è qui che Filippo aveva riservato la nostra stanza, proprio vicino al suo appartamentino.
Gufa vuol dire grotta, ed appena attraversata la passerella Jayanand ci indica una piccola apertura nel muro, incorniciata da un semlice decoro giallo.
"è là che è apparso Babaji", ci ha detto, ed ha proseguito. Lenka mi ha guardato con una faccia estremamente chiara: "Max, è ridicolo, questa non la bevo!".
Il sole era ormai a metà della sua discesa.
Jayanand ha gentilmente lasciato la sua stanza per noi, ed è andato a condividerne un'altra con altre due italiane. Più che una stanza, il nostro era un appartamentino. Ma dentro era freddo e, pur se in un posto come questo è un lusso sfrenato, il bagno era squallido ed umido.
Abbiamo accostato i due letti, abbiamo scelto tra una pila di coperte sporche quelle che più facevano al caso nostro e le abbiamo messe fuori a prendere una necessaria boccata d'aria. Proprio sopra le nostre teste, dei muratori edificavano un secondo piano e ci davano di martello: impossbile pensare di dormire al pomeriggio. I mal di testa di Lenka sarebbero potuti diventare un disastro. Ed il suo periodo mensile più delicato, era in arrivo.
L'aria del pomeriggio era ancora calda, e Filippo è passato diretto a fare il bagno nel fiume.
Gli ho chiesto: "quali sono le regole nell'ashram per le donne con le mestruazioni?"
"è semplice: non possono fare nulla. Non possono entrare nei templi, cucinare o mangiare assieme agli altri. Sono isolate da tutto: per loro è un modo per riposare."
Sarà anche stato un modo per riposare, ma per chi era appena arrivata come Lenka, non era un bel modo per cominciare.
Sono andato con Filippo in acqua: era scintillante, piacevole e rinfrescante. Poco dopo, Lenka ci ha raggiunti.
Non è entrata: non aveva quell'indumento apposito utilizzato dalle donne, qui, per bagnarsi senza scoprirsi: un gonnone che si attacca al collo e scende fino ai piedi. E più probabilmente non aveva voglia.
Agli uomini, basta essere in mutande. In India, è più facile essere uomini.
Mi sono appoggiato al muretto stretto nell'accappatoio, e sentivo il calore della pietra dietro di me. Il sole era sempre più vicino alla collina, presto sarebbe passato dietro agli alberi alti e fitti e sarebbe sembrato un merletto grazie alla trama dei rami.
"Non va molto bene, vero?" le ho chiesto.
"No..." e due lacrimoni sono colati giù. "Che ci faccio qui?" mi ha chiesto.
Non dormiva da due giorni, pensava alle almeno due settimane che ci eravamo prefissi di restare, ai cinque giorni durante i quali non avrebbe potuto partecipare a nulla, alla gente che non conosceva e che credeva che un ventenne si fosse materializzato in una grotta. Al significato di tutto quello che era attorno e che per lei non significava niente. Anche questa vallata meravigliosa, era solo una sporca pietraia.
Io non ho risposto né fatto nulla. Ascoltavo il fiume, guardavo le colline di fronte e pensavo solo a quante volte, nella vita, mi è capitato che deve andare tutto male perché tutto vada infine bene.
Infatti, l'organizzazione delle file è molto singolare. Ci sono dei divanetti allineati in modo perpendicolare rispetto al bancone, e la fila si fa da seduti. Ogni volta che qualcuno ha comperato il suo biglietto, tutti scorrono lateralmente con il sedere di un posto.
Tuttavia, non è chiaro il funzionamento per chi viene la prima volta, ossia forse l'ottanta per cento. Si formano rapidamente file parallele in piedi che nessuno si prende la briga di dissipare: per cui in pochi minuti pare di essere alla barriera sulla "Roma - L'Aquila" la domenica sera, quando varie file cercano di entrare in un singolo varco, e la gente accelera per conquistare 50 centimetri
ALONG THE ROAD TO HERAKAN
. Lenka aveva lasciato lo zaino sul divanetto a tenerle il posto, e lo spostava a mano a mano che la fila avanzava. Ma appena poteva, mi raggiungeva al banco informazioni, perché era davvero poco chiaro quale biglietto dovessimo comperare.
Filippo ci aveva detto di prendere il treno per Aldwani, stazione più vicina ad Herakan; ma ci avevano detto che Herakan era presso la Ganga (nome indiano per il Gange). Ora, la cartina sotto al nostro naso era chiara: la Ganga passava da tutt'altra parte.
Intanto la signora al banco informazioni, dopo aver preso il suo chai mattutino incurante della fila, cercava di far funzionare il sistema informatico senza successo e senza troppo stress. Io, intanto, cercavo di contattare qualcuno per sapere dove dovessimo andare. Per fortuna, dopo qualche tentativo, Filippo mi risponde e mi conferma: dovevamo andare ad Aldwani.
E la Ganga, allora?
Non importa, almeno la destinazione era confermata
ARRIVING AT THE GUFA
. Per il treno da prendere, la signora ci dice di chiedere direttamente in biglietteria, e spiegare che il suo sistema informatico non funziona. Spiegazione fondamentale perché prima di presentarsi in biglietteria (meglio se muniti di passaporto), c'è da riempire un formulario con nome e numero del treno, nome ed età dei passeggieri, data ed ora di partenza ed altre informazioni, oltre che la propria firma. Mi piacerebbe essere un topo per sapere che ci fanno poi di tutti quei fogliettini scarabocchiati con scritte illegibili ed informazioni perfettamente inutili. Dopo che Lenka aveva chiarito con certi asiatici-tipo-coreani sulla fila-parallela che c'eravamo prima noi, l'impiegato delle ferrovie ci ha gentilmente dato tutte le informazioni, e siamo andati via con il nostro prezioso biglietto per il pomeriggio alle 16.
Erano ormai le nove del mattino, l'ufficio aveva aperto alle otto, e avevamo iniziato a fare la fila fuori dalle sette e quaranta. Eravamo stravolti. Più tutto quel che era successo prima...
Partiti la sera prima da Jodhpur, avevamo passato la notte in treno. Ci eravamo concessi il lusso della classe AC (Air Conditionning). Nessun bisogno di aria condizionata col freddo invernale della notte rajastana, ma ci avevano convinto le brandine in gommapiuima, le coperte ed i cuscini.
Sulle sei cuccette per scompartimento avevamo quelle più in alto, così vicine al soffitto che era impossibile star seduti. Un accenno di claustrofobia mi cresceva nello stomaco, per cui mi sono steso il più rapidamente possibile ed ho messo la mascherina sugli occhi (inseparabile compagno di viaggio) per credere che il soffitto fosse ad un metro e non a quaranta centimetri dalla punta del naso. Lenka aveva un bocchettone di aria puntato direttamente sulla schiena per alimentare l'intera carrozza. Per fortuna, dietro consiglio di una amica (grazie Augusta!), ci eravamo muniti di nastro adesivo prima della partenza proprio per questo scopo. Per cui da dietro la mascherina, ho sentito gli stkreek e strap (che mi ricordano sempre i numerosi traslochi fatti), e sapevo che almeno Lenka si sarebbe risparmiata un blocco della schiena.
Sotto di noi, c'erano due indiani e due giapponesi. Gli indiani avevano sbagliato posto, per cui durante la notte si è accesa una lite con un altro passeggero salito ad una stazione intermedia, con intervento del controllore. Il viaggio è trascorso bene, anche se Lenka non è riuscita a chiudere occhio.
Quando alle 6h15 il treno era ormai fermo in stazione, tutti i passeggeri erano ancora sotto le coperte. I giapponesi si sono rapidamente accorti della situazione, ed hanno cominciato a muoversi tutto a scatti ed in fretta, come nei cartoni animati. Sembravano recitare la parodia di loro stessi.
Sapevamo che eravamo a Delhi, ma Old Delhi o, come avremmo voluto, New Delhi? Eravamo ad uno degli ultimi binari (forse il 16) di una stazione buia: Old Delhi, purtroppo. Abbiamo preso una passerella che scavalca tutti i binari sotto il peso degli zaini, per andare verso la parte principale dela stazione. Il rossore dell'alba si accendeva alla nostra destra, dietro ad una rete di protezione ed attraverso le decine e decine di fili elettrici che correvano sui binari.
Eravamo insonnoliti, infreddoliti, stanchi per l'attraversamento. Ma eravamo felici di scendere le scalette della passerella: avremmo trovato la sala d'aspetto, delle informazioni, un rick shaw per portarci alla stazione di New Delhi.
Quello che abbiamo trovato, era solo un muretto di confine con una strada, quattro latrine senza porta ed un pacchetto di patatine vuoto trascinato dall'aria fredda. Old Delhi è probabilmente l'unica stazione al mondo nella quale la struttura principale non si trova in prossimità del primo binario, ma dell'ultimo.
Abbiamo guardato indietro i forse diciotto binari, con l'espressione che vi immaginate: troppo stanchi per imprecare, con quella faccia a mo' di radar che si ha prima di colazione. Ho ripensato con nostalgia all'atmosfera calda dei bar delle stazioni italiane al mattino presto, che appena entri senti il rumore del vapore che scalda il latte e dei piattini poggiati sul bancone, e mi è sembrata la cosa più bella del mondo. E comunque, anni luce dell'odore di urina che aleggiava là attorno.
Ma, come nella favola di pollicino, lontano lontano alla fine della banchina abbiamo intravisto una lucina. Cammina cammina, la lucina è diventata una piccola biglietteria, fatta per gli indiani che arrivavano da quel lato e per i turisti rincitrulliti che si sbagliavano come noi.
Con l'aria calma, di quelle oltre lo sconforto, Lenka ha tagliato la fila come ormai ha imparato bene a fare, ed ha chiesto: "mica c'è un treno per New Delhi?"
"Certo, come no!", risponde in un inglese maccheronico l'impiegata dietro al vetro. "Parte alle 6h50. Binario 8"
Con l'occhio spento ci voltiamo verso l'orologio al muro: erano le 6h45.
La stanchezza toglie lucidità. Forse c'era un altro treno, forse conveniva rifarsi i 18 binari e prendere un rick shaw. Ma in quel momento, in treno delle 6h50 dal binario 8 per noi, era la salvezza.
Incuranti dei chili sulle spalle da ormai mezz'ora, Lenka scatta in testa seguita a ruota da Massimo. Massimo perde terreno progressivamente, ha il passo più stanco. Tuttavia il terreno cambia condizioni, i contendenti hanno raggiunto le scale della passerella. Lenka sale un gradino alla volta, mentre Massimo sfrutta la sua maggiore potenza e fa due gradini ad ogni passo. Ai tre quarti della salita c'è il sorpasso, mentre i pochi presenti seguono i due occidentali che procedono a tappe forzate alle luci dell'alba nella buia stazione indiana. Rapidamente la banchina è raggiunta ma... colpo di scena! I due non sanno quale dei due binari sia il numero 8! E non c'è scritto! Né si ricordano se sono tra il 7 e l'8 o tra l'8 ed il 9! Provano a chiedere alla loro destra, ma non trovano qualcuno che parli inglese. Allora guardano a sinistra... ma il binario è vuoto! Altro colpo di scena amici blogascoltatori! C'è un treno, ma è più avanti. Queste cazzo di stazioni indiane sono lunghissime! Ora procedono appaiati, si avvicinano finalmente al treno, chiedono a tre persone (non si sa mai). Sì, tutti confermano che quel treno passa per New Delhi. E sono forse le 6h49! I due ce l'hanno fatta! Vittoria a parimerito!
Il treno è partito con circa quindici minuti di ritardo.
Dentro, una ventina di occhi scuri ci scrutavano stupiti e curiosi, la testa incappucciata da coperte sporche e lacere. Siamo rimasti in piedi vicino alle porte un poco intimoriti, mentre il treno svicolava lentissimissimo tra i treni fermi in un fiume di binari. Finalmente il profilo noto della stazione di New Delhi si è delineata, siamo scesi al volo. Erano solo le 7h30, ma siamo andati direttamente verso la biglietteria per gli stranieri, anche se avrebbe aperto alle 8. Attorno a noi, ci sono bar sospetti che vendono cose che non toccherò più dopo l'intossicazione di una mesata fa. Roba fritta in olio strausato. Altro che cappuccino e cornetto!
Fuori dalla porta della biglietteria per stranieri, c'era già la coda. I primi erano due ragazzi ubriachi, che saranno stati là da ore. Rapidamente si è aggiunto un gruppo di giapponesi e poi delle matrone russe rumorosissime, più altre nazionalità alla spicciolata. L'ordine della coda ha retto fino all'apertura delle porte, poi la una marea si è riversata all'interno dell'ampia sala.
Quando siamo usciti, uno dei ragazzi ubriachi ronfava sul divanetto. Avremmo voluto farlo anche noi. Ma solo una cosa mi interessava, dopo 2h45 di tensioni.
Colazione!
Vicino alla stazione di New Delhi, si trova il quartiere di Pahar Ganj, nel quale abbiamo alloggiato durante il nostro primo soggiorno. È stato curioso rivedere la strada di Main Bazar col suo traffico sporco e la sua confusione, dopo un mese di girovagare: tutto era diverso ed uguale.
In un quarto d'ora abbiamo raggiunto la German Backery, dove avevamo l'abitudine di andare quando avevamo fame al mattino. Ma l'avventura non era finita.
Con una simpatia tutta tedesca, gli inservienti indiani ci hanno detto che non potevamo restare là con gli zaini, troppo ingombranti. Ma potevamo andare in terrazza. Grazie. Altri cinque piani a piedi attraverso scale che erano un cantiere di lavori in corso.
Il sole del mattino non era più quello di un mese prima, ed abbiamo optato per un tavolino all'ombra.
La German Backery, mescola intelligentemente la flessibilità e la simpatia tedesca con l'organizzazione indiana. Infatti, la cucina che serve il terrazzo è la stessa del bar al pianterreno, e lo "Spanish Breackfast" che avevamo ordinato (caffè, frittata, patate e tost) aveva probabilmente subìto qualche disguido.
Che quando sei stanco ed hai fame non c'è nulla di più triste che aspettare a lungo e mangiare freddo.
Lasciati con qualche difficoltà i bagagli in un hotel, abbiamo trascorso il tempo disponibile tra acquisti e bar, in attesa di trasferirci di nuovo in stazione. Ovviamente, il nostro treno per Aldwani partiva... da Old Delhi.
Ho cominciato a pensare che qualcuno lassù si divertiva alla grande ad organizzarci male le cose. E non aveva finito di ridere.
Il treno era stracolmo, e dormire era improponibile tra l'odore del cibo ed il vociare della gente; ma il viaggio trascorreva bene. Filippo ci avrebbe prenotato una stanza, il che era essenziale perché saremmo arrivati ad Aldwani alle 22h. E, finalmente, ci telefona: aveva trovato una stanza da 1000 rupie per la notte.
Ora, fino ad adesso abbiamo dormito in stanze al massimo da 500 rupie, ed era a Jodhpur con vista da sballo sulla rocca della città. Che sarebbe stato un hotel da 1000 rupie? La piscina in camera?
"No, Filippo, c'è nulla di meno caro?" Bene, se ne occupa lui, ci assicura.
Dopo qualche tempo ci ritelefona: Aveva trovato una stanza da 600 rupie all' 'OK Hotel'. "Forse", ci dice, "sarà meglio se avete dei tappi per le orecchie, i camion potrebbero svegliarvi".
Lenka ed io ci guardiamo con sospetto, ma non come nella canzone di Baglioni: con sospetto tipo con paura. Un posto che si chama 'OK Hotel' ha poco di rassicurante, e la frase di Filippo era sibillina. Ma via: 600 rupie, in un posto sperduto dell'India! Sai che lusso!
Nella squallidissima stazione di Aldwani, l'omino del rick shaw sembava voler scoppiare a riderci in faccia quando gli abbiamo detto che volevamo andare all' 'OK Hotel'. E sembrava aggiungere: "non riesco mai a convincere nessuno a fermarsi lì!".
Aldwani è davvero squallida la notte, ma il suo punto più squallido, appena arrivati a destinazione, ci è sembrato la hall dell'OK. Un corridoietto portava ad una stanzina con un signore la cui faccia mi ricordava quella dei messicani che giocano a poker nei saloon dei film western. Dietro, uno straccio copriva malamente un cantiere e la puzza di polvere di cemento stonava con l'altare pieno di luci colorate ed intermittenti tipici dell'India.
Un ragazzo magro con la faccia allampanata ci ha accompagnato attraverso un ballatoio alla nostra stanza al primo piano.
Poco prima, ci eravamo sbagliati: il posto più squallido di Aldwani, era la nostra stanza.
Porta e finestre (una rotta) davano sulla strada principale della città. I camion rombavano e suonavano il clacson all'indiana, che pareva di averli sul comodino. Le lenzuola erano dubbie, il bagno peggio delle lenzuola. Non ci lavavamo da due giorni, ma non c'era acqua calda. Ce ne siamo scaldati un po' con un provvidenziale scalda-acqua appena comperato, ho ammazzato una ventina di zanzare e ci siamo infilati nel letto con i tappi in fondo alle orecchie.
Prima di addormentarmi, dico a Lenka: "Buon San Valentino!". Sorride un po' amaro.
Io ho dormito alcune ore, Lenka zero per la seconda notte di fila.
Chi pensa: "che culo Massimo, è riuscito a dormire", vuol dire che non ha mai viaggiato con una donna che ha sonno...
Alle 7 del mattino, il ragazzo allampanato bussa come se volesse sfondare la porta. Apro, e mi dice contento : "hot water, hot water!" e si infila in camera e nel bagno per aprire il rubinetto e farci vedere il lusso dell'OK Hotel.
OK un cazzo! Fuori!
Abbiamo ripreso gli zaini che ci sentivamo come se ci fossimo riposati in una sala d'aspetto, ed abbiamo raggiunto in una quindicina di minuti di marcia l'hotel dove Filippo ed altri (tutti italiani) ci aspettavano per andare da Muni Raj, il capo spirituale di Herakan. Erano tutti là, perché la sera prima c'era stato un matrimonio proprio della figlia di Muni Raj.
Ci siamo ritrovati senza capire come, con una ventina di altri occidentali, in una villa dove un vecchio dal volto disteso ed imperturbabile era seduto sotto un porticato. Tutti si sono inginocchiati per rendergli omaggio, e (per ultimi) anche Lenka ed io l'abbiamo fatto, più per un sentimento di obbligo che per convinzione.
Chi era costui? E che ci facevamo là? E che volevano dire le cerimonie che sono seguite, una attorno ad un fuoco nel quale veniva buttata roba da mangiare ed anche una noce di cocco, ed un'altra passata ad ascltare canzoni incomprensibili per circa un'ora davanti ad un templio? E perché non avevamo potuto mangiare prima? Se io ero in parte preparato a tutto questo, Lenka cadeva completamente dalle nuvole.
Poi, siamo stati invitati ad entrare in casa e ci è stata offerta un'ottima colazione, che in realtà era un brunch. In disparte, noi due mangiavamo in silenzio.
Il trasferimento da Aldwani ad Herakan, un'ora e mezza di tornanti, l'abbiamo fatto in una jeep con forse altre cinque persone. Subito la strada è cominciata a salire, e le curve sono diventate rapidamente strette e ripide. Gli alberi attorno erano impressionanti, ed i bagagli minacciavano continuamente di rotolarci addosso. Era bellissimo, ma dopo tre quarti d'ora Lenka cominciava ad accarezzare l'idea di restituire la colazione e rifare la tappezzeria della jeep in un colpo solo.
Per fortuna, ci siamo fermati per un chai. Il sole era caldo, e tutto attorno le colline erano terrazze verdi coltivate a frumento. Ripresa la strada, presto abbiamo visto una larga valle alla nostra sinistra, con il letto di un fiume quasi secco. Era una pietraia in cui scorrevano alcuni rigagnoli larghi come torrenti, che giocavano ad intrecciarsi per tutta la sua lunghezza.
Lenka mi ha fatto un'espressione che diceva "ma questa sarebbe la Ganga? Mi pare il fiume di Velka Bites!"
Il mistero si è risolto più tardi. Quella era la 'Gautama Ganga', ossia un affluente della Ganga vera e propria - pur sempre un fiume sacro.
La jeep si è fermata con un doppio rombo davanti ad un cancello. Eccoci arrivati ad Herakan. Non ci sentivamo proprio a casa.
Herakan è un ashram, ossia un posto nel quale un guru impartisce i propri insegnamenti. I suoi devoti possono soggiornarvi per ristorare e rinnovare la propria ricerca spirituale. Ci sono cerimonie e regole da rispettare, ed è necessario lavorare per contribuire al suo mantenimento.
In questo ashram, il cibo, l'alloggio e l'uso delle strutture comuni sono offerti a tutti, per 200 rupie al giorno per persona. Herakan è un ashram abbastanza grande, per cui ci sono anche un ristorante ed alcuni negozietti. Da qualche anno, c'è elettricità e telefono, e la strada giunge fino al suo cancello.
Il guru che ha fatto crescere questo ashram, è Babaji. I suoi devoti credono che sia una delle incarnazioni di Shiva (un mahavatar), apparso nel corpo di un ventenne in una grotta situata proprio nell'ashram. Babaji ha "lasciato il corpo" nel 1984 dopo quattordici anni di insegnamenti. Questi, si possono riassumere in tre parole: Verità, Semplicità, Amore.
Zaini in spalla, abbiamo seguito Jayanand, nome indiano di un italiano che vive in Svizzera, devoto di Babaji. Abbiamo camminato lungo una struttura arroccata al fianco della collina e ad alcuni templi, poi abbiamo sceso una scalinata lunga, stretta e ripida. Arivati sul bordo del greto, ancora più largo visto da così vicino, lo abbiamo attraversato lungo uno stradello segnato da pietre, fino all'altro lato dove c'è una seconda parte dell'ashram. Questo lato si chiama "Gufa", ed è su un lembo di terra pianeggiante rubato tra la montagna scoscesa ed il letto del fiume. Abbiamo superato l'ultimo braccio d'acqua attraverso un'ondeggiante passerella di legno, subito dopo la quale salivano una ventina di gradini. Qui abbiamo trovato uno spiazzo con alcuni templi allineati sulla destra ed una casa di fronte. Dietro, oltre uno spazio terroso con alberi giovani ma già alti, c'erano altre costruzioni basse. Ed è qui che Filippo aveva riservato la nostra stanza, proprio vicino al suo appartamentino.
Gufa vuol dire grotta, ed appena attraversata la passerella Jayanand ci indica una piccola apertura nel muro, incorniciata da un semlice decoro giallo.
"è là che è apparso Babaji", ci ha detto, ed ha proseguito. Lenka mi ha guardato con una faccia estremamente chiara: "Max, è ridicolo, questa non la bevo!".
Il sole era ormai a metà della sua discesa.
Jayanand ha gentilmente lasciato la sua stanza per noi, ed è andato a condividerne un'altra con altre due italiane. Più che una stanza, il nostro era un appartamentino. Ma dentro era freddo e, pur se in un posto come questo è un lusso sfrenato, il bagno era squallido ed umido.
Abbiamo accostato i due letti, abbiamo scelto tra una pila di coperte sporche quelle che più facevano al caso nostro e le abbiamo messe fuori a prendere una necessaria boccata d'aria. Proprio sopra le nostre teste, dei muratori edificavano un secondo piano e ci davano di martello: impossbile pensare di dormire al pomeriggio. I mal di testa di Lenka sarebbero potuti diventare un disastro. Ed il suo periodo mensile più delicato, era in arrivo.
L'aria del pomeriggio era ancora calda, e Filippo è passato diretto a fare il bagno nel fiume.
Gli ho chiesto: "quali sono le regole nell'ashram per le donne con le mestruazioni?"
"è semplice: non possono fare nulla. Non possono entrare nei templi, cucinare o mangiare assieme agli altri. Sono isolate da tutto: per loro è un modo per riposare."
Sarà anche stato un modo per riposare, ma per chi era appena arrivata come Lenka, non era un bel modo per cominciare.
Sono andato con Filippo in acqua: era scintillante, piacevole e rinfrescante. Poco dopo, Lenka ci ha raggiunti.
Non è entrata: non aveva quell'indumento apposito utilizzato dalle donne, qui, per bagnarsi senza scoprirsi: un gonnone che si attacca al collo e scende fino ai piedi. E più probabilmente non aveva voglia.
Agli uomini, basta essere in mutande. In India, è più facile essere uomini.
Mi sono appoggiato al muretto stretto nell'accappatoio, e sentivo il calore della pietra dietro di me. Il sole era sempre più vicino alla collina, presto sarebbe passato dietro agli alberi alti e fitti e sarebbe sembrato un merletto grazie alla trama dei rami.
"Non va molto bene, vero?" le ho chiesto.
"No..." e due lacrimoni sono colati giù. "Che ci faccio qui?" mi ha chiesto.
Non dormiva da due giorni, pensava alle almeno due settimane che ci eravamo prefissi di restare, ai cinque giorni durante i quali non avrebbe potuto partecipare a nulla, alla gente che non conosceva e che credeva che un ventenne si fosse materializzato in una grotta. Al significato di tutto quello che era attorno e che per lei non significava niente. Anche questa vallata meravigliosa, era solo una sporca pietraia.
Io non ho risposto né fatto nulla. Ascoltavo il fiume, guardavo le colline di fronte e pensavo solo a quante volte, nella vita, mi è capitato che deve andare tutto male perché tutto vada infine bene.


Comments
commossa..ringrazio..
ho iniziato a leggere... e mi fermo per le lacrime di commozione!Come ho 'sentito' la condizione di Lenka!!!!al mio arrivo io ero esattamente come stava lei...e oltre le mestruazioni...38°di febbre e bloccata nel sacco a pelo con tutti i dolori...di una vita...
vado avanti nella lettura...ma a voi dico per ora solo ...grazie.Jole